Regalo di Natale (Pupi Avati, 1986)

Regalo di Natale è un film del 1986 scritto e diretto da Pupi Avati e interpretato da Diego Abatantuono, Carlo Delle Piane, Gianni Cavina, Alessandro Haber e George Eastman.

È la vigilia di Natale e quattro amici di vecchia data, Franco (Abatantuono), Ugo (Cavina), Lele (Haber) e Stefano (Eastman), si ritrovano per una partita a poker insieme a un misterioso industriale, l’avvocato Santelia (Delle Piane), noto nel giro per le ingenti perdite al gioco.

Al tavolo verde si incrociano i sogni di chi vorrebbe racimolare una grossa somma per dare una svolta alla propria vita o solo vedere di nuovo riunito il gruppo dopo la rottura dei rapporti tra Franco e Ugo avvenuta tanti anni prima. Nella continua sovrapposizione tra gioco e realtà, viene però alla luce anche il bilancio della vita di ognuno: fallimenti, tradimenti, bugie, inganni, vendette, regolamenti di conti.

I cinque protagonisti in una scena del film

Lucido, amaro, carico di suspense, Regalo di Natale è uno dei film più anti-natalizi mai realizzati e probabilmente il capolavoro del bolognese Pupi Avati, che mette in scena un cupo affresco dell’Italia degli Anni ’80, un’analisi spietata e velenosa della deriva che la società aveva preso abbracciando il culto del capitalismo: nelle personalità dei cinque protagonisti, cinque diverse solitudini, confluiscono tutte le aberrazioni di un’epoca in cui ciò che conta davvero è solo il denaro e la menzogna si è fatta prassi.

La partita di poker, che è il fulcro del film, rappresenta l’arte dell’inganno per antonomasia. Vincere non basta più, bisogna ingegnarsi per battere l’altro annientandolo, anche un amico, anche imbrogliando: la vera rivalsa per i propri fallimenti non si cerca più nell’effimera salvezza che può rappresentare il denaro, ma nella sconfitta altrui, nel far precipitare perfino gli amici in una disperazione peggiore della propria.

Franco (Abatantuono) guarda le proprie carte di fronte all’avvocato Santelia (Delle Piane) in una scena del film

Avati, che nei propri film ha spesso approfondito il tema dell’amicizia, sembra qui volerla vedere distrutta dall’avidità e dall’egoismo e, sopraffatto dalla nostalgia di un passato che non potrà più tornare poiché irrimediabilmente compromesso, fa accompagnare i titoli di testa dalle foto degli attori da ragazzi.

Nel 2004, a diciotto anni di distanza da Regalo di Natale, è stato realizzato il sequel La rivincita di Natale, diretto ancora da Avati e interpretato dal medesimo cast: guardare i due capitoli in sequenza lascia una sensazione di compiutezza che in tanti avranno probabilmente atteso per anni dopo lo spiazzante finale del primo film. Nel 2017 è stato realizzato Chi salverà le rose?, spin-off diretto da Cesare Furesi che segue le vicende personali dell’avvocato Santelia, interpretato ancora una volta da Carlo Delle Piane.

I cinque protagonisti riuniti ne La rivincita di Natale

Cast, premi e musica

Uno dei punti di forza di Regalo di Natale è senz’altro il cast corale, del quale a distanza di anni si possono ancora apprezzare l’equilibrio tra interpretazioni in sordina e sopra le righe che si esaltano a vicenda, la credibilità di volti e caratteri, la chimica fra gli attori: un cast a suo modo straordinario e irripetibile proprio perché privo di nomi altisonanti per l’epoca, costruito soprattutto grazie alle geniali intuizioni di Avati e a una buona dose di fortuna.

Carlo Delle Piane, interprete del mefistofelico avvocato Santelia, aveva alle spalle una decennale gavetta da caratterista iniziata addirittura nel 1948 all’età di dodici anni, quando Vittorio De Sica e Duilio Coletti l’avevano scelto per interpretare Garoffi nel film Cuore. Nel 1973 era rimasto in coma per più di un mese a causa di un incidente automobilistico e si era poi ripreso anche grazie all’incontro con Avati, che ne aveva intuito le doti drammatiche dando nuova linfa alla sua carriera. Regalo di Natale fu presentato in concorso alla 43ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia e Carlo Delle Piane venne premiato con la Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile.

Carlo Delle Piane in Regalo di Natale

Regalo di Natale rappresentò la svolta nella carriera dell’allora trentunenne Diego Abatantuono, che per la prima volta ebbe occasione di mettere in luce il proprio talento drammatico dopo gli esordi in ruoli comici e commedie leggere: per l’interpretazione di Franco Mattioli, parte che era stata precedentemente rifiutata da Lino Banfi, Abatantuono vinse il Nastro d’argento come miglior attore non protagonista.

Diego Abatantuono in Regalo di Natale

Gianni Cavina, interprete di Ugo Bondi, era legato da una profonda amicizia al regista Pupi Avati, con il quale ebbe un lungo sodalizio artistico, partecipando tra il 1968 e il 2022 a ben diciassette dei suoi film, sia in veste di sceneggiatore che di attore.

Gianni Cavina in Regalo di Natale

Alessandro Haber aveva esordito al cinema a vent’anni nel 1967 interpretando Rospo ne La Cina è vicina di Marco Bellocchio, ma il primo ruolo da co-protagonista gli sarebbe stato offerto solo diciannove anni più tardi da Pupi Avati: Lele Bagnoli in Regalo di Natale.

Alessandro Haber in Regalo di Natale

George Eastman, pseudonimo di Luigi Montefiori, era comparso in molti western all’italiana negli Anni ’60, per poi spaziare dal thriller all’horror interpretando principalmente ruoli da cattivo o da vero e proprio mostro grazie al fisico imponente.

George Eastman in Regalo di Natale

In un’intervista del 30 agosto 1986 a Venezia, Pupi Avati dichiarò che per il ruolo di Stefano Bertoni in Regalo di Natale, assegnato a Eastman, era stato inizialmente ingaggiato l’attore Jean-Pierre Léaud:
«Eravamo già d’accordo su tutto, poi (Léaud) mi ha fatto sapere che avrebbe dovuto spostare di un mese l’inizio delle riprese perché erano slittati i tempi di lavorazione del film di Godard (Detective). Purtroppo il set era già pronto e non potevamo attendere.»
La sostituzione di Léaud con il possente Eastman comportò un cambio nella sceneggiatura:
«Ho dovuto modificare il personaggio trasformandolo da proprietario di boutique in proprietario di palestra.»

Jean-Pierre Léaud

Regalo di Natale ricevette nove candidature ai David di Donatello, conquistandone due: Riz Ortolani venne premiato per la miglior canzone e Raffaele De Luca come miglior fonico di presa diretta. De Luca avrebbe poi bissato il successo vincendo il Ciak d’oro al miglior sonoro in presa diretta. Nella propria carriera, il compositore e direttore d’orchestra Riz Ortolani scrisse le colonne sonore di oltre duecento film, tra i quali ben venti di Pupi Avati.

Riz Ortolani

In Regalo di Natale è presente un omaggio di Avati al sassofonista Coleman Hawkins, universalmente riconosciuto come il padre del sassofono jazz e definito nel film il più grande sax tenore di tutti i tempi.

Coleman Hawkins

Avati aveva inizialmente tentato una carriera nel jazz, suonando come clarinettista dilettante nella Doctor Dixie Jazz Band tra il 1959 al 1962, per poi rinunciare dopo l’ingresso nella band di Lucio Dalla:
«Il mio sogno era diventare un grande clarinettista jazz. Ma un giorno nella nostra orchestra arrivò Lucio Dalla. All’inizio non mi preoccupai più di tanto, perché mi pareva un musicista modestissimo. E invece poi ha manifestato una duttilità, una predisposizione, una genialità del tutto impreviste: mi ha tacitato, zittito, messo all’angolo. Io a un certo punto ho anche pensato di ucciderlo, buttandolo giù dalla Sagrada Familia di Barcellona, perché si era messo in mezzo tra me e il mio sogno.»

Lucio Dalla al clarinetto

I retroscena della partita di poker

Per rendere più realistici i dettagli del gioco, sia in Regalo di Natale che nel sequel La rivincita di Natale, Pupi Avati collaborò con il noto biscazziere fiorentino Giovanni Bruzzi, soprannominato nel giro Il professore.

«Il baro da solo è come una frittata senza uova. Anche perché è un giocatore anomalo. Sono i suoi complici al tavolo che lo portano in paradiso. La leggenda del baro solista è una grande impostura. Alla fine è solo un formidabile ingranaggio di una stangata, che deve avere eccezionali doti fisiche – destrezza di mano, velocità delle dita, sincronismo nei gesti – nervi saldi, grande psicologia e molta cura nell’aspetto esteriore. Il baro resta per ore faccia a faccia con il pollo. Non ci deve essere niente in lui che inquieti l’avversario, perché se quello comincia a dubitare è l’inizio della fine. Quando addestravo un baro, curavo tutti i particolari. Se c’era negligenza nelle sue mani, lo accompagnavo a farsi una manicure. Se aveva un profumo troppo aggressivo, gliene consigliavo uno più soave. A volte lo portavo da un gioielliere di fiducia, gli compravo un anello o un orologio più sobrio: tutto per rassicurare il pollo. E poi considera un altro aspetto: la tenuta fisica e mentale. Il pollo si gioca una fortuna ed è sottoposto a uno stress bestiale. Il baro non ha la sua adrenalina perché sa che è solo questione di tempo e poi vincerà. Il pollo ha un’autonomia di circa 100 minuti: 100 minuti di lucidità, poi crolla. In quei 100 minuti, il baro non colpisce mai. […] Il baro aspetta sempre il cuore della notte per castigare la sua vittima, quando il pollo è uno straccio: vulnerabile, confuso, annebbiato. I dettagli non sono importanti, sono lo Yin e lo Yang di una stangata.»
(Giovanni Bruzzi)

Giovanni Bruzzi nel suo studio di Via dei Servi a Firenze accanto al dipinto Giocatori di toppa (giugno 1981)

La partita di poker descritta nel film, compresa la mano decisiva, fu realmente giocata a Montecatini Terme negli Anni ’60, vittima un ricco macellaio. Bruzzi, presente al tavolo, aveva raccontato l’episodio nel libro Banco di nove, che aveva poi inviato ad Avati.

«Vidi Impiegati e mi colpì la capacità di Pupi di raccontare il microcosmo di un ufficio. Anche una bisca è un microcosmo. Gli inviai un libro che avevo scritto, Banco di nove. Il libro gli piacque. Pupi e suo fratello Antonio scrissero una sceneggiatura su una partita di poker truccata con un baro e un Giuda e io gli promisi di fargli da consulente. Avati è uno sceneggiatore eccellente, ma non è un giocatore. I suoi copioni erano dettagliatissimi, tranne quando irrompevano le partite: allora tutto era volutamente vago, nebbioso, i dialoghi appena accennati. Io stavo sempre sul set a curare ogni dettaglio: la precisa distribuzione delle carte, la quantificazione esatta delle fiches, la gestualità dei giocatori. Anche le loro battute, perché il poker è una liturgia che non si improvvisa.»

«I primi che mi presentò Pupi erano il Giuda e il baro, Gianni Cavina e Carlo Delle Piane. Quando chiesi a Pupi che parte avrebbe recitato Carlo e mi rispose il baro, sentii le gambe vacillarmi. Quella mattina s’era rasato di fresco, la pelle del viso somigliava a quella di un pollo, con quel carnicino chiaro chiaro che faceva impressione. Aveva tutto, fuorché del baro. Così gli suggerii una barbetta e un paio d’occhiali con la montatura d’oro. Bastarono per dargli un’altra aria. Il carnicino scomparve e qualcosa di insidioso cominciò ad allargargli il viso

Pupi Avati e Giovanni Bruzzi sul set di Regalo di Natale (marzo 1986)

«Santelia è presentato come quello che in gergo si definisce il pollo, ma già dall’inizio lui lavora per un alleato. Quando Stefano, il padrone di casa, dissigilla il primo mazzo di carte (ve ne sono altri due) e, dopo averlo scorporato dagli scarti, glielo offre in quanto invitato, costui compie la prima manipolazione. Gettate le carte sul tavolo per la scelta dei posti, sceglie l’asso di cuori e posiziona anche per Ugo la carta da scegliere, che è il 7 di picche. Santelia avrà perciò alla sua destra il complice, nella posizione chiave per essere determinante nel corso della partita. All’inizio continua a recitare la parte di chi non sa giocare, ma in realtà è lui il civettone e gli altri sono le povere allodole. Quando è sotto di 60 milioni, chiede 20 poste (100 milioni) e provoca la presunzione di Franco che, pur essendo in vincita, si mette all’altezza per essere in grado, all’occorrenza, di strappargli tutto il gruzzolo. In una pausa del gioco, intanto, non era stato difficile per Ugo sostituire i due mazzi restanti con due mazzi birillati e risigillati da Santelia (lo stesso Ugo aveva avvertito Santelia della marca di carte scelte per giocare la partita). Chiesta con noncuranza la sostituzione del mazzo, che come da regola può essere effettuata in ogni momento, Santelia da questo istante sa i punti di tutti gli altri giocatori e perciò comanda il gioco, fino al punto topico dove scatterà il primo uppercut. Quando Franco ha un full d’assi, con Ugo cartaio Santelia si fa completare il colore a picche dal compare, segnalando il seme desiderato, con un passaggio di carta. Strappandogli 200 milioni riesce in un solo colpo a ribaltare la situazione e mette Franco nella difficile posizione di colui che dovrà accettare ogni rischio per poter ritornare in vincita. Nel colpo mortale che chiude definitivamente la partita Santelia, essendo cartaio, attua una barattina proprio quando Ugo gli consegna le carte per servire la mano che poi lo stesso Ugo, dopo una mescolata a forbice, non gli alza. Santelia si permette, rilanciando per cinque i 50 milioni giocati da Franco, di provocarlo offrendo come regalo di Natale la possibilità di andarsene senza perdere niente. Ma Franco, con un servito in mano e con Santelia che si è dato tre carte, pensa ad un bluff e va a vedere, cadendo nella trappola e perdendo così tutti i soldi e il cinema per un totale di 350 milioni. Nel finale si vede Santelia dividere la vincita con Ugo, insospettabile Giuda. Franco amaramente capisce che si è scontrato con uno spietato e inarrivabile professionista
(Stralci di interviste a Giovanni Bruzzi:
http://www.giovannibruzzi.it/frame_principale.asp?Pagina=cinema)

Giovanni Bruzzi posiziona le fiches per la mano finale tra Diego Abatantuono (di fronte) e Carlo Delle Piane (di spalle) sul set di Regalo di Natale (marzo 1986)

Premi Oscar 2024

Dopo l’inatteso en plein di Everything Everywhere All at Once della scorsa edizione, interrotto solo dalla straordinaria performance di Brendan Fraser in The Whale, i Premi Oscar 2024 non hanno riservato particolari sorprese.

A dominare la scena è stato il monumentale Oppenheimer di Christopher Nolan, biopic sul fisico statunitense J. Robert Oppenheimer, direttore del Progetto Manhattan che portò alla realizzazione delle prime bombe atomiche. Terzo film di maggior incasso mondiale del 2023, Oppenheimer ha meritatamente conquistato sette statuette: miglior film, miglior regia, miglior attore, miglior attore non protagonista, miglior montaggio, miglior fotografia e miglior colonna sonora originale. Il dodicesimo lungometraggio di Christopher Nolan è un film cupo e incalzante, capace di mantenere alta la suspense fino all’ultimo senza quasi far percepire la durata di tre ore.

Cillian Murphy in Oppenheimer

Le magistrali interpretazioni di Cillian Murphy (J. Robert Oppenheimer) e Robert Downey Jr. (Lewis Strauss) sono loro valse i primi Oscar in carriera, rispettivamente come miglior attore e miglior attore non protagonista. Cillian Murphy è il primo attore irlandese a conquistare un Oscar nei novantasei anni di storia del premio. Prime statuette anche per Christopher Nolan (miglior film e miglior regia), consacratosi ormai come uno dei più illustri e influenti cineasti del ventunesimo secolo.

Christopher Nolan

Dopo aver trionfato alla Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia vincendo il Leone d’oro al miglior film, Povere creature! di Yorgos Lanthimos conquista quattro Oscar sacrosanti: miglior attrice, miglior scenografia, migliori costumi e miglior trucco e acconciatura. Strepitosa Emma Stone nelle vesti di Bella Baxter, da lei definito il ruolo di una vita durante il discorso di accettazione dell’Oscar: per l’attrice statunitense si tratta della seconda statuetta in carriera, sette anni dopo quella vinta per La La Land di Damien Chazelle.

Emma Stone

Il regista Yorgos Lanthimos può ormai essere definito a tutti gli effetti un moderno George Cukor o il nuovo Woody Allen, registi capaci di esaltare le figure femminili nei propri film al punto da far vincere numerosi Oscar alle rispettive attrici: per la sua opera precedente, La favorita (2018), Olivia Colman era stata premiata come miglior attrice e la stessa Emma Stone era stata candidata come attrice non protagonista.

Yorgos Lanthimos ed Emma Stone sul set di Povere creature!

Eccezionale la cura dei dettagli di trucco, costumi e scenografie, componenti essenziali dello stile estremo e allucinante di Yorgos Lanthimos. In più di un’occasione Povere creature! arriva a disturbare per la brutale purezza del messaggio e per l’ambiguità etica di novello Frankenstein in cui mostri generano mostri spinti da motivazioni soggettive in contrasto con l’ordine della Natura. Tuttavia, superata l’iniziale repulsione, a prendere il sopravvento sono il fascino dei personaggi nella loro evoluzione e il coinvolgimento emotivo che produce la loro storia.

Emma Stone in Povere creature!

Due statuette obbligate per La zona di interesse, spiazzante co-produzione anglo-polacca diretta da Jonathan Glazer, che ha conquistato l’Oscar al miglior sonoro e l’Oscar al miglior film internazionale, superando tra gli altri Io capitano di Matteo Garrone e Perfect Days di Wim Wenders. A metà tra il biopic e il documentario, ma pervaso dalla soffocante tensione di un thriller, La zona di interesse è un’asettica e lancinante finestra sull’Olocausto che rimanda a La banalità del male di Hannah Arendt. Il film è incentrato sulla quotidianità di Rudolf Höß, comandante del campo di concentramento di Auschwitz, e della sua famiglia nella cosiddetta zona di interesse attorno al campo, sordi agli orrori che si stanno consumando al di là del muro divisorio.

Una scena de La zona di interesse

Il regista Jonathan Glazer non voleva che le atrocità commesse all’interno del campo fossero viste, ma solo ascoltate, e ha definito il sonoro come l’altro film e probabilmente, il film. Il sound designer Johnnie Burn ha redatto un documento di seicento pagine contenente testimonianze, eventi significativi avvenuti ad Auschwitz e la mappa del campo, in modo che la distanza e gli echi dei suoni potessero essere adeguatamente determinati; ha inoltre trascorso l’anno prima dell’inizio delle riprese a costruire una libreria sonora che includesse suoni di macchinari, forni crematori, fornaci, stivali, spari di armi dell’epoca e grida umane.

Jonathan Glazer

Doveroso l’Oscar per la miglior sceneggiatura non originale ad American Fiction di Cord Jefferson, basato sul romanzo Cancellazione di Percival Everett, che avrebbe senza dubbio meritato di più: un film schietto, attualissimo e ottimamente recitato (su tutti Jeffrey Wright e Sterling K. Brown, entrambi candidati all’Oscar), che tratta il pregiudizio razziale nei confronti degli afro-americani da un punto di vista originale e che colpisce in modo tanto garbato quanto incisivo, senza avere la necessità di mostrare rabbia o violenza.

Jeffrey Wright in American Fiction

Oscar per la miglior sceneggiatura originale ad Anatomia di una caduta di Justine Triet, già vincitore della Palma d’oro al Festival di Cannes: un coinvolgente legal thriller che rifiuta fino alla fine di ricadere nel manicheismo tipico del proprio genere per disorientare proprio nella costante impossibilità di riconoscere davvero buoni e cattivi. Sontuosa la performance dell’attrice protagonista Sandra Hüller, memorabile anche nel ruolo della moglie di Rudolf Höß ne La zona di interesse, ma candidata per entrambi i ruoli solo ai Premi BAFTA.

Sandra Hüller in Anatomia di una caduta

Una sola statuetta per The Holdovers – Lezioni di vita di Alexander Payne, commovente commedia drammatica che prova ad affrontare da una prospettiva inedita la perenne contesa tra insegnante intransigente e alunno ribelle senza però riuscirci del tutto, nonostante il trio di bravissimi attori: un grande Paul Giamatti, vincitore del Golden Globe come miglior attore in un film commedia o musicale, un sorprendente Dominic Sessa e un’intensa Da’Vine Joy Randolph, vincitrice dell’Oscar come miglior attrice non protagonista nel ruolo straziante ma piuttosto artefatto di una madre afro-americana che ha perso il giovanissimo figlio in Vietnam.

Dominic Sessa, Da’Vine Joy Randolph e Paul Giamatti in The Holdovers – Lezioni di vita

Nonostante lo strepitoso successo al botteghino, i lanci promozionali e le infinite discussioni sulla consistenza del deliberato messaggio femminista, Barbie di Greta Gerwig conquista solo l’Oscar alla miglior canzone per What Was I Made For? di Billie Eilish e Finneas O’Connell su otto nomination. Perfetti i costumi e le scenografie, bravi gli attori (Margot Robbie una spanna sopra Ryan Gosling), insulsa la trama e disastrosa la sceneggiatura: cosa fa davvero la differenza tra film e fenomeno di costume?

Margot Robbie in Barbie

Menzione speciale per il Giappone: il leggendario regista e animatore Hayao Miyazaki vince il suo secondo Oscar al miglior film d’animazione per Il ragazzo e l’airone ventuno anni dopo La città incantata, mentre Godzilla Minus One di Takashi Yamazaki conquista l’Oscar per i migliori effetti visivi battendo tra gli altri Napoleon di Ridley Scott e Mission: Impossible – Dead Reckoning – Parte uno di Christopher McQuarrie, settimo capitolo della saga con protagonista Tom Cruise.

Una scena de Il ragazzo e l’airone

Altra grande delusione per Martin Scorsese: dopo Gangs of New York (2002) e The Irishman (2019), Killers of the Flower Moon è il suo terzo film ad arrivare agli Oscar con dieci candidature senza riuscire a vincere neanche una statuetta. Un drammatico film d’inchiesta in cui fin dalle prime inquadrature si percepisce il mestiere di uno dei più grandi maestri nella storia del cinema. La tragicità della tematica, la cura dei dettagli storici, la colonna sonora e le interpretazioni (una superlativa Lily Gladstone, vincitrice del Golden Globe come migliore attrice in un film drammatico, un eterno Robert De Niro e un Leonardo DiCaprio volutamente in sordina) sembrerebbero concorrere a un’opera grandiosa, per poi essere inesorabilmente appesantiti dalla titanica durata di tre ore e ventisei minuti che finisce col diluire l’azione quasi in un esercizio fine a se stesso.

Lily Gladstone e Leonardo DiCaprio in Killers of the Flower Moon

Infine, nessun Oscar su sette candidature e flop annunciato per Maestro, diretto e interpretato da Bradley Cooper e incentrato sul direttore d’orchestra, compositore e pianista Leonard Bernstein. Un biopic lento e fiacco che neppure le brillanti interpretazioni di Bradley Cooper e Carey Mulligan riescono a risollevare, focalizzato quasi esclusivamente sulla vita privata di uno dei più geniali e influenti musicisti del ventesimo secolo: un’occasione davvero sprecata.

Bradley Cooper in Maestro

Premi Oscar 2022

La 94ª edizione degli Academy Awards sarà purtroppo ricordata per quello che molti hanno definito il momento più brutto nella storia degli Oscar. Durante la presentazione del premio per il miglior documentario, il comico Chris Rock si è rivolto alla moglie di Will Smith, Jada Pinkett Smith, paragonandola alla Demi Moore del film Soldato Jane per la sua testa rasata. Pinkett Smith soffre di alopecia e il suo disappunto per la pessima battuta, all’insegna del body shaming, ha innescato la violenta e ingiustificabile reazione del marito Will Smith, che è salito sul palco e ha schiaffeggiato il presentatore.

Poco dopo, Smith ha ricevuto il suo primo Oscar in carriera come miglior attore protagonista: in lacrime durante il discorso di accettazione, l’attore si è scusato con l’Academy e con gli altri candidati per il proprio gesto sconsiderato, motivandolo con l’amore verso i propri cari e ricevendo dal pubblico una standing ovation decisamente fuori luogo.

Una famiglia vincente – King Richard

L’Oscar a Will Smith era il più scontato della serata: per il ruolo di Richard Williams nel biopic Una famiglia vincente – King Richard, storia del padre e allenatore delle sorelle campionesse di tennis Venus e Serena Williams, l’attore aveva già vinto i maggiori premi internazionali (Golden Globe, Screen Actors Guild Award, Critics Choice Award e BAFTA). Una lodevole interpretazione in un film godibile e ben costruito, seppur leggermente sminuito dall’etichetta di ennesimo stereotipo del sogno americano.

Nettamente sfavoriti alla vigilia gli altri candidati, nonostante l’eccellente performance di Benedict Cumberbatch (Il potere del cane) il momento d’oro di Andrew Garfield (Tick, Tick… Boom!) e il solito intramontabile Denzel Washington (Macbeth).

Il potere del cane

Il potere del cane ha conquistato l’altra statuetta ampiamente annunciata, la sua unica a fronte di 12 nomination (il numero più alto in questa edizione): l’Oscar al miglior regista è andato infatti alla neozelandese Jane Campion, prima donna a essere candidata più di una volta per il premio e già vincitrice del Leone d’argento alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Dopo la vittoria dello scorso anno di Chloé Zhao con Nomadland, è la prima volta che l’Oscar viene assegnato a una donna per due edizioni consecutive.

Suggestive inquadrature e notevoli riprese dall’alto in un film solo all’apparenza definibile western: Il potere del cane è un dramma cupo e inquietante, con personaggi ambigui e un’atmosfera intrisa di perversione. Bravi gli attori (Kirsten Dunst, Jesse Plemons e il luciferino Kodi Smit-McPhee, oltre a Cumberbatch), tutti e quattro candidati all’Oscar.

CODA – I segni del cuore

Decisamente troppe le 10 pellicole candidate all’Oscar per il miglior film, la metà delle quali non aveva alcuna possibilità di vittoria. Il premio è infine andato con merito a un outsider: CODA – I segni del cuore. Remake de La famiglia Bélier (2014) di Éric Lartigau, CODA è l’acronimo di Child Of Deaf Adult, ossia persona udente cresciuta da genitore sordo: la protagonista Ruby Rossi (Emilia Jones) è l’unico membro udente della propria famiglia, avendo padre, madre e fratello sordi, e ha una grande passione per la musica.

La pellicola affronta una tematica delicata da un punto di vista originale e coinvolgente: la disabilità non è rappresentata come un dramma, ma come qualcosa di speciale come il legame che crea tra le persone. CODA pone luce con leggerezza e semplicità sulla difficoltà di comunicare in contesti ancora impreparati alla diversità e sulla caparbietà nel superarla. Un film allegro e allo stesso tempo emozionante, dal messaggio fortemente positivo, diverso da tutti gli altri in gara.

Marlee Matlin, la madre di Ruby nel film, è stata la prima interprete sorda a conquistare un Oscar e la donna più giovane a vincere la statuetta come miglior attrice protagonista per Figli di un dio minore (1986), debuttando all’età di 21 anni: lei e Troy Kotsur, premiato come miglior attore non protagonista per la magnifica interpretazione del padre di Ruby, sono quindi gli unici due attori sordi ad aver vinto un Oscar. Grande soddisfazione anche per la regista e sceneggiatrice Siân Heder, che si aggiudica il premio per la miglior sceneggiatura non originale. Un vero e proprio trionfo per CODA, che conquista tutti e tre gli Oscar per cui era candidato.

Gli occhi di Tammy Faye

Se l’Oscar al miglior attore era praticamente già assegnato, molto più tirata è stata la sfida per l’Oscar alla miglior attrice, dove il testa a testa tra Nicole Kidman e Jessica Chastain si è concluso con la vittoria di quest’ultima per Gli occhi di Tammy Faye, film biografico incentrato sulla vita della famosa telepredicatrice: una statuetta meritata in un film piuttosto lento e fiacco, trascinato quasi unicamente dalla sua performance; premiati con l’Oscar anche i trucchi e le acconciature, impeccabili al punto da rendere l’attrice irriconoscibile.

Nicole Kidman, già vincitrice del Golden Globe per A proposito dei Ricardo, è stata poco aiutata da un film abbastanza piatto e da un’interpretazione un po’ troppo asettica di quella Lucille Ball resa celebre dalla sensazionale mimica facciale e dalla strepitosa verve comica. Davvero difficile la scelta finale, considerato anche il livello delle altre tre candidate: la sorprendente Kristen Stewart nel ruolo di Lady Diana in Spencer, la splendida Penelope Cruz in Madres paralelas di Pedro Almodóvar e la sempre bravissima Olivia Colman ne La figlia oscura di Maggie Gyllenhaal, quest’ultima penalizzata forse dall’aver condiviso la scena con la stella emergente Jessie Buckley, a sua volta candidata come miglior attrice non protagonista.

West Side Story

Era davvero impossibile per West Side Story replicare il successo dell’omonimo capolavoro girato 60 anni prima (1961), vincitore di 10 Oscar e considerato uno dei migliori musical di tutti i tempi. La pellicola, diretta da Steven Spielberg, è riuscita però a ritagliarsi uno spazio importante in questa rassegna degli Academy Awards grazie alla statuetta conquistata da Ariana DeBose come miglior attrice non protagonista nel ruolo di Anita, entrando di diritto nella storia del cinema: l’attrice interprete di Anita nel film del 1961, Rita Moreno, aveva infatti vinto a sua volta l’Oscar come miglior attrice non protagonista.

Anita raggiunge quindi Don Corleone e Joker tra i personaggi le cui interpretazioni hanno guadagnato più di un Oscar, ma la sua doppietta è, se vogliamo, ancora più speciale: mentre gli altri compaiono in due distinte narrazioni (Il padrino e Il padrino – Parte II, Il cavaliere oscuro e Joker), in questo caso l’interpretazione dello stesso personaggio in entrambi gli adattamenti cinematografici della stessa opera viene premiata con lo stesso Oscar.

Belfast

Kenneth Branagh ha finalmente conquistato il suo primo Oscar in carriera per la sceneggiatura originale del semi-autobiografico Belfast: un degno riconoscimento per uno degli artisti più poliedrici del panorama cinematografico mondiale, come testimoniato dallo straordinario dettaglio delle 7 diverse nomination su 8 totali (film, regista, attore protagonista, attore non protagonista, sceneggiatura non originale, sceneggiatura originale, cortometraggio) in oltre 30 anni (la prima nel 1990).

Il suo Belfast è un film intenso e coraggioso sul conflitto nordirlandese tra cattolici e protestanti visto dalla prospettiva di un bambino, con un’iconica fotografia in bianco e nero e ottimi interpreti, piccoli e grandi, tra i quali spicca la performance di Ciarán Hinds nel ruolo del nonno.

Drive My Car

Quasi scontato l’Oscar come miglior film internazionale a Drive My Car di Ryūsuke Hamaguchi (Giappone), candidato anche nelle categorie Miglior film, Miglior regista e Miglior sceneggiatura non originale e dato per favorito rispetto a Flee (Danimarca), La persona peggiore del mondo (Norvegia) e al nostro È stata la mano di Dio di Paolo Sorrentino.

Già vincitore del Golden Globe per il miglior film in lingua straniera e del Prix du scénario (premio alla migliore sceneggiatura) al Festival di Cannes, Drive My Car è un dramma introspettivo sul rimpianto e l’accettazione di sé stessi, ma anche un omaggio al teatro, alla sua capacità di unire personalità e linguaggi diversi, al potere che esercita su chi vi si dedica. Un film impegnativo, ancora di più per la durata di quasi tre ore, ma senza dubbio da vedere.

Dune

A sorpresa, il film più premiato in questa edizione degli Academy Awards è stato Dune di Denis Villeneuve, prima parte dell’adattamento cinematografico dell’omonimo romanzo di Frank Herbert già portato sullo schermo nel 1984 da David Lynch, vincitore di 6 Oscar su 10 nomination: fotografia, montaggio, sonoro, scenografia, effetti speciali e colonna sonora al leggendario Hans Zimmer, alla seconda statuetta in carriera dopo quella per Il re leone (1995).

Un avvincente film di fantascienza supportato da un pregevole cast corale comprendente Timothée Chalamet, Rebecca Ferguson, Oscar Isaac, Zendaya, Jason Momoa, Josh Brolin, Stellan Skarsgård, Javier Bardem e Charlotte Rampling.

Il remake vince facilmente il confronto con il film originale, sommerso a suo tempo da critiche ben poco lusinghiere:

Molti dei personaggi di Dune sono sensitivi, il che li mette nella posizione unica di essere in grado di capire ciò che accade nel film.

Janet Maslin

Ci sono voluti a Dune circa nove minuti per spogliarmi completamente di ogni aspettativa.
Questo film è un vero casino, un’incomprensibile, brutta, non strutturata, inutile escursione nei reami più oscuri di una delle sceneggiature più confuse di tutti i tempi.

Roger Ebert

L’Oscar onorario è stato assegnato agli attori Samuel L. Jackson, Elaine May e Liv Ullmann, mentre Danny Glover ha ricevuto il Premio umanitario Jean Hersholt per il suo decennale impegno nella difesa della giustizia e dei diritti umani. Crudelia, reboot e prequel de La carica dei 101, premiato con l’Oscar per i migliori costumi. Miglior film d’animazione Encanto, 60° classico Disney, miglior canzone No Time To Die di Billie Eilish e Finneas O’Connell per l’omonimo film, 25° capitolo della saga di James Bond.

Zero Oscar!

Grande delusione, infine, per tante pellicole pluricandidate, alcune delle quali annunciate come possibili outsider: La figlia oscura, Licorice Pizza, La persona peggiore del mondo, A proposito dei Ricardo, Macbeth, Tick, Tick… Boom!, Madres paralelas, Don’t Look Up e La fiera delle illusioni – Nightmare Alley tornano a casa senza nemmeno una statuetta.

Il grande coltello (Robert Aldrich, 1955)

Il grande coltello (The Big Knife) è un film del 1955 prodotto e diretto da Robert Aldrich e interpretato da Jack Palance, Ida Lupino, Rod Steiger, Shelley Winters, Wendell Corey e Jean Hagen.

Charlie Castle (Palance) è una star di Hollywood all’apice del successo, ma nell’agiatezza della sua lussuosa villa di Bel Air è un’anima tormentata.

Sua moglie Marion (Lupino), stanca dei suoi vizi e della sua vita senza scopo, è andata via di casa con il loro bambino e medita il divorzio: Marion accusa Charlie di essersi venduto allo star system hollywoodiano e di aver rinunciato alle sue idealità in cambio di facili compensi, accettando ruoli scadenti ma di successo.

Il mezzo idealismo, Charlie, è la peritonite dell’anima.
Sono parole che hanno senso tra i vivi…

(Il grande coltello)

La vita di Charlie è a un bivio: il potente e spregevole boss degli Studios, Stanley Hoff (Steiger), gli impone un rinnovo di contratto di sette anni.

Charlie vorrebbe liberarsi da quell’opprimente giogo, ma ha le mani legate: Hoff e il suo scagnozzo Smiley Coy (Corey) sono a conoscenza dei retroscena di un drammatico episodio del suo passato, e sono disposti a ricattarlo pur di ottenere quanto vogliono. Marion, dal canto suo, non accetterà una riconciliazione se Charlie firmerà il contratto.

Charlie è con le spalle al muro: troverà la forza di affrontare Hoff per riscattare se stesso e riconquistare la propria famiglia?

Charlie e Marion

Un film in cui l’azione avanza non per il gioco dei sentimenti, né per quello delle azioni, ma per definizione morale dei personaggi.

(François Truffaut)

Secondo il critico cinematografico Jeff Stafford, “l’uso dei long take da parte del direttore della fotografia Ernest Laszlo accresce notevolmente la tensione claustrofobica del film e la mescolanza di nomi fittizi con quelli reali (Billy Wilder, Elia Kazan, William Wyler) durante i dialoghi conferisce a Il grande coltello un tono realistico, quasi documentaristico.

La potenza de Il grande coltello è evocata fin dai titoli di testa: l’angosciante immagine del protagonista con le mani tra i capelli per la disperazione, che si riduce poi in frantumi, proviene dal genio di uno dei più grandi illustratori nella storia del cinema, Saul Bass.

Un fotogramma dei titoli di testa

A quel tempo i titoli di testa passavano spesso inosservati: Bass fu il primo a individuarne le potenzialità creative e a utilizzarli per introdurre le atmosfere del film, come epilogo per spiegarne il senso, come prologo o per raccontare eventi precedenti alla narrazione. Egli riteneva che il pubblico dovesse essere coinvolto fin dal primo frame.

Tra le sue opere più celebri, i titoli di testa de L’uomo dal braccio d’oro e Anatomia di un omicidio di Otto Preminger, Il giro del mondo in 80 giorni di Michael Anderson, La donna che visse due volte, Intrigo internazionale e Psyco di Alfred Hitchcock, Spartacus di Stanley Kubrick, Alien di Ridley Scott, Quei bravi ragazzi di Martin Scorsese.

Saul Bass

Il grande coltello è tratto dall’omonimo dramma (The Big Knife, 1949) di Clifford Odets: la singola ambientazione (la villa di Charlie Castle), i toni e le gestualità della recitazione ne evidenziano fortemente la derivazione teatrale.

Drammaturgo, sceneggiatore, regista e attore teatrale, Clifford Odets è annoverato tra gli astri della letteratura statunitense del ‘900: le sue opere hanno ispirato autori come Arthur Miller (Death of a Salesman), Paddy Chayefsky (Network), Neil Simon (The Odd Couple) e David Mamet (Glengarry Glen Ross).

Clifford Odets

Considerato l’erede del premio Nobel per la letteratura Eugene O’Neill, Odets fece parte del Group Theatre, la compagnia teatrale diretta da Lee Strasberg celebre per aver introdotto negli Stati Uniti il Metodo Stanislavskij (basato sull’immedesimazione dell’attore nel personaggio da interpretare) e ritenuta una delle più influenti nella storia del teatro americano.

Non c’è nulla di più torturato sulla faccia della Terra, e non esisterà mai, di un uomo che ha venduto i suoi sogni ma non può dimenticarli.

(Il grande coltello)

Il grande coltello è un’allegoria sui devastanti effetti della fama e del denaro sulla personalità di un artista e una durissima critica al patinato mondo di Hollywood scagliata da chi vi ha vissuto gran parte della propria vita: Odets, infatti, ricevette i maggiori compensi scrivendo sceneggiature di film come Il generale morì all’alba, Il ribelle e Piombo rovente; per La ragazza di campagna, adattamento cinematografico di un suo soggetto, Grace Kelly vinse il suo unico Oscar come miglior attrice protagonista.

Sono ingenuo, eh?
Sì, ma è la tua qualità migliore.

(Il grande coltello)

In un film di dichiarato stampo teatrale in cui i personaggi sono molto più importanti della trama (forte è l’influenza di Anton Chekhov sull’autore) a esaltarsi è l’abilità degli attori.

Colpisce in particolare la mirabile interpretazione di Jack Palance nel ruolo del sofferente Charlie Castle: un belloccio che può avere tutto ciò che desidera, ma che ha rinunciato a tutto ciò che amava e che in fondo continua ad amare; un idealista, intellettuale, amante dell’arte e della musica, stritolato da una prigione d’oro che lo ha condotto ai più miseri compromessi, alle più subdole frequentazioni, a sguazzare nel marciume celato dietro l’abbagliante universo dell’industria cinematografica.

Jack Palance e Ida Lupino in una scena del film

La sua performance è resa ancora più straordinaria dall’insolito ruolo da protagonista: Volodymyr Palahniuk, in arte Jack Palance, è infatti ricordato soprattutto per i molti ruoli da cattivo, cui era stato relegato fin dagli inizi della carriera per i suoi lineamenti spigolosi. Nato in Pennsylvania da una famiglia di origine ucraina, dopo aver tentato la carriera da pugile professionista recitò in circa 130 pellicole tra cinema e televisione.

Nel 1992, conquistò il premio Oscar come miglior attore non protagonista per il film Scappo dalla città – La vita, l’amore e le vacche, a più di quarant’anni dal proprio debutto cinematografico: nel ritirare la statuetta, ricevette una standing ovation dal pubblico in sala praticando delle flessioni con un braccio solo alla tenera età di 73 anni.

Jack Palance ne Il grande coltello

A regalare un’altra indimenticabile interpretazione è l’ossigenato Rod Steiger nei panni dell’antagonista principale, il produttore Stanley Hoff: mefistofelico, spietato, patriota fanatico al punto da chiedere al protagonista di firmare il contratto con la penna del generale Douglas MacArthur, comandante dell’esercito statunitense durante la Seconda Guerra Mondiale.

Rod Steiger ne Il grande coltello

Il personaggio si ispira ad alcuni dei più potenti produttori cinematografici hollywoodiani, ancora in auge nel periodo in cui fu realizzato il film. I suoi finti pianti provengono da Louis B. Mayer, dispotico boss della Metro Goldwyn Mayer (esperto nel piangere a comando, secondo le fonti dell’epoca), ma la sua figura è modellata soprattutto sulle fattezze del feroce tycoon della Columbia Pictures, Harry Cohn: il produttore si accorse subito della voluta somiglianza e tentò senza successo di agire per vie legali contro il regista Robert Aldrich, minacciando di rovinargli la carriera.

Harry Cohn

Cohn era noto per i suoi modi autocratici e intimidatori. Quando divenne presidente della Columbia Pictures rimase anche a capo della produzione, acquisendo così un potere incontrastabile. Si diceva che avesse dispositivi di ascolto ovunque e che potesse sintonizzarsi su qualsiasi conversazione, per poi intervenire facendo risuonare la propria voce attraverso un altoparlante in caso non gradisse qualcosa.

Moe Howard, del trio comico The Three Stooges (conosciuto in Italia come I tre marmittoni), lo definiva un tipo alla Dr. Jekyll e Mr. Hyde, capace di urlare e imprecare contro attori e registi nel proprio ufficio tutto il pomeriggio e di salutarli poi cordialmente la stessa sera a cena.

Secondo il biografo Michael Fleming, Cohn obbligò un altro membro degli Stooges, Curly Howard, a continuare a lavorare dopo essere stato colpito da una serie di lievi ictus: poco tempo dopo Howard ne subì uno più grave, che lo costrinse al ritiro e lo portò a prematura morte.

Curly Howard

Cohn aveva anche stretti legami con la criminalità organizzata, in particolare amicizie di lunga data con i gangster John Roselli e Abner Zwillman. Questi rapporti vennero brutalmente alla luce per un abietto episodio di razzismo, intimidazione e violenza.

Nel 1957, l’attore, cantante e ballerino di colore Sammy Davis Jr. frequentava la biondissima attrice Kim Novak, in quel momento sotto contratto con la Columbia Pictures di Harry Cohn.

King Cohn (nomignolo che gli era stato affibbiato per l’assonanza col celebre gorilla) temeva che la relazione interraziale potesse danneggiare gli Studios e ingaggiò Roselli e i suoi uomini per spaventare Davis e imporgli di non vedere più la Novak.

Sammy Davis Jr.

I gangster lo rapirono per alcune ore e lo minacciarono di fargli perdere l’altro occhio (aveva un occhio di vetro avendo perso il sinistro tre anni prima in un grave incidente d’auto) e di fratturargli le gambe se non avesse sposato una donna di colore entro due giorni: Davis sposò la ballerina di colore Loray White nel 1958 e pagò per contrarre il matrimonio a condizione che si potesse sciogliere entro la fine dell’anno, divorziando poi ufficialmente nell’aprile 1959.

Cohn chiedeva rapporti sessuali alle attrici in cambio dei contratti. Due star come Rita Hayworth e Joan Crawford si rifiutarono platealmente, ma Cohn dovette mantenerle sotto contratto in quanto troppo preziose per la casa di produzione. Secondo lo scrittore Joseph McBride, l’attrice Jean Arthur lasciò il mondo del cinema a causa delle avances di Cohn.

Rita Hayworth e Harry Cohn

Oltre allo Stanley Hoff de Il grande coltello, i tratti caratteristici di Harry Cohn hanno ispirato personaggi di diversi film: il Willie Stark di Tutti gli uomini del re e l’Harry Brock di Nata ieri, entrambi interpretati da Broderick Crawford, e soprattutto il viscido produttore Jack Woltz ne Il padrino, interpretato da John Marley ed entrato nell’immaginario collettivo per la celeberrima scena della testa di cavallo mozzata.

Uno dei personaggi secondari che restano maggiormente impressi ne Il grande coltello è la Connie Bliss interpretata da Jean Hagen, moglie del migliore amico di Charlie Castle, Buddy Bliss: seducente, maliziosa, spregiudicata e soprattutto completamente diversa dalla smorfiosa e capricciosa diva del muto Lina Lamont di Cantando sotto la pioggia, ruolo per cui è più nota l’attrice.

Jean Hagen ne Il grande coltello

Non c’è dubbio che la rivelazione di Robert Aldrich sarà l’evento cinematografico del 1955, all’inizio dell’anno non conoscevamo nemmeno il suo nome.

(François Truffaut)

Il cuore pulsante de Il grande coltello è un regista anticonformista e indipendente: Robert Aldrich. Aldrich amava affrontare temi politici e sociali scomodi, sfidando lo strapotere delle grandi case di produzione cinematografica e scagliando espliciti atti d’accusa verso lo stile di vita americano. I suoi personaggi non sono mai eroi tutti d’un pezzo, ma perdenti, cinici e violenti; nei suoi film dominano avidità e sete di potere.

Fu grazie a lui che il pubblico americano degli Anni ’50 e ’60, tradizionalmente abituato a buoni sentimenti e ideali patriottici, venne di colpo riportato alla realtà da immagini e linguaggi del tutto nuovi per il cinema: non sorprende, quindi, che Aldrich sia considerato un punto di riferimento da intere generazioni di registi.

Robert Aldrich

Cresciuto in una famiglia di politici e banchieri imparentata con i Rockfeller, Aldrich approdò a Hollywood come addetto alla produzione per la RKO, diventando quindi assistente di registi del calibro di Charlie Chaplin, Jean Renoir, Joseph Losey, William A. Wellman, Jules Dassin, Edward Dmytryk e Lewis Milestone.

Per nove anni imparò il mestiere da maestri assoluti, acquisendo i fondamenti pratici ed estetici del cinema, dei quali riportò egli stesso alcuni esempi in varie interviste: le ambientazioni e le atmosfere da Jean Renoir, le tecniche per pianificare in anticipo una ripresa da Lewis Milestone, le scene d’azione da William A. Wellman, l’importanza della comunicazione con gli attori da Joseph Losey, l’empatia visiva tra telecamera e pubblico da Charlie Chaplin.

Molti di questi straordinari cineasti erano anche tra i primi sospettati di attività filocomuniste e sovversive durante la caccia alle streghe messa in atto dal senatore Joseph McCarthy, il cosiddetto maccartismo: sotto la loro influenza, Aldrich rifiutò le convenzioni morali e commerciali dell’epoca per intraprendere un percorso personale fuori dal coro.

Robert Aldrich riconoscibile subito dietro Charlie Chaplin sul set di Luci della ribalta

Aldrich iniziò la sua trentennale carriera di regista nel 1954 con due western: L’ultimo Apache, il primo film dichiaratamente dalla parte degli indiani d’America, e Vera Cruz, considerato il vero modello d’ispirazione per il western all’italiana (pare che il grande Sergio Leone lo conoscesse a memoria, al punto da saperlo raccontare inquadratura per inquadratura).

Nel 1955, pochi mesi prima di girare Il grande coltello, Aldrich approdò al noir con Un bacio e una pistola, adattamento di un romanzo di Mickey Spillane con protagonista l’investigatore privato Mike Hammer, definito dal critico Tim Dirks il film noir definitivo, apocalittico e nichilista.

Dopo i celebri Che fine ha fatto Baby Jane? e Piano… piano, dolce Carlotta, Aldrich diresse il memorabile Quella sporca dozzina, una delle sue pellicole di maggior successo e modello per i film d’azione dei decenni successivi, e Quella sporca ultima meta, sferzante denuncia contro il sistema carcerario statunitense.

Robert Aldrich con Lee Marvin e John Cassavetes sul set di Quella sporca dozzina

Oltre a presentare un affresco molto esatto di Hollywood, “Il grande coltello” è il film americano più raffinato e intelligente che abbiamo visto da molti mesi a questa parte.

(François Truffaut)

Con Il grande coltello, Aldrich vinse il Leone d’argento per la miglior regia alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia e ottenne il plauso della critica europea: i Cahiers du Cinéma inclusero tre dei suoi film (L’ultimo Apache, Vera Cruz e, appunto, Il grande coltello) tra i dieci migliori dell’anno e lo accolsero come protagonista di una nuova rivoluzione autoriale.

Jack Palance e Rod Steiger ne Il grande coltello