Il grande coltello (Robert Aldrich, 1955)

Il grande coltello (The Big Knife) è un film del 1955 prodotto e diretto da Robert Aldrich e interpretato da Jack Palance, Ida Lupino, Rod Steiger, Shelley Winters, Wendell Corey e Jean Hagen.

Charlie Castle (Palance) è una star di Hollywood all’apice del successo, ma nell’agiatezza della sua lussuosa villa di Bel Air è un’anima tormentata.

Sua moglie Marion (Lupino), stanca dei suoi vizi e della sua vita senza scopo, è andata via di casa con il loro bambino e medita il divorzio: Marion accusa Charlie di essersi venduto allo star system hollywoodiano e di aver rinunciato alle sue idealità in cambio di facili compensi, accettando ruoli scadenti ma di successo.

Il mezzo idealismo, Charlie, è la peritonite dell’anima.
Sono parole che hanno senso tra i vivi…

(Il grande coltello)

La vita di Charlie è a un bivio: il potente e spregevole boss degli Studios, Stanley Hoff (Steiger), gli impone un rinnovo di contratto di sette anni.

Charlie vorrebbe liberarsi da quell’opprimente giogo, ma ha le mani legate: Hoff e il suo scagnozzo Smiley Coy (Corey) sono a conoscenza dei retroscena di un drammatico episodio del suo passato, e sono disposti a ricattarlo pur di ottenere quanto vogliono. Marion, dal canto suo, non accetterà una riconciliazione se Charlie firmerà il contratto.

Charlie è con le spalle al muro: troverà la forza di affrontare Hoff per riscattare se stesso e riconquistare la propria famiglia?

Charlie e Marion

Un film in cui l’azione avanza non per il gioco dei sentimenti, né per quello delle azioni, ma per definizione morale dei personaggi.

(François Truffaut)

Secondo il critico cinematografico Jeff Stafford, “l’uso dei long take da parte del direttore della fotografia Ernest Laszlo accresce notevolmente la tensione claustrofobica del film e la mescolanza di nomi fittizi con quelli reali (Billy Wilder, Elia Kazan, William Wyler) durante i dialoghi conferisce a Il grande coltello un tono realistico, quasi documentaristico.

La potenza de Il grande coltello è evocata fin dai titoli di testa: l’angosciante immagine del protagonista con le mani tra i capelli per la disperazione, che si riduce poi in frantumi, proviene dal genio di uno dei più grandi illustratori nella storia del cinema, Saul Bass.

Un fotogramma dei titoli di testa

A quel tempo i titoli di testa passavano spesso inosservati: Bass fu il primo a individuarne le potenzialità creative e a utilizzarli per introdurre le atmosfere del film, come epilogo per spiegarne il senso, come prologo o per raccontare eventi precedenti alla narrazione. Egli riteneva che il pubblico dovesse essere coinvolto fin dal primo frame.

Tra le sue opere più celebri, i titoli di testa de L’uomo dal braccio d’oro e Anatomia di un omicidio di Otto Preminger, Il giro del mondo in 80 giorni di Michael Anderson, La donna che visse due volte, Intrigo internazionale e Psyco di Alfred Hitchcock, Spartacus di Stanley Kubrick, Alien di Ridley Scott, Quei bravi ragazzi di Martin Scorsese.

Saul Bass

Il grande coltello è tratto dall’omonimo dramma (The Big Knife, 1949) di Clifford Odets: la singola ambientazione (la villa di Charlie Castle), i toni e le gestualità della recitazione ne evidenziano fortemente la derivazione teatrale.

Drammaturgo, sceneggiatore, regista e attore teatrale, Clifford Odets è annoverato tra gli astri della letteratura statunitense del ‘900: le sue opere hanno ispirato autori come Arthur Miller (Death of a Salesman), Paddy Chayefsky (Network), Neil Simon (The Odd Couple) e David Mamet (Glengarry Glen Ross).

Clifford Odets

Considerato l’erede del premio Nobel per la letteratura Eugene O’Neill, Odets fece parte del Group Theatre, la compagnia teatrale diretta da Lee Strasberg celebre per aver introdotto negli Stati Uniti il Metodo Stanislavskij (basato sull’immedesimazione dell’attore nel personaggio da interpretare) e ritenuta una delle più influenti nella storia del teatro americano.

Non c’è nulla di più torturato sulla faccia della Terra, e non esisterà mai, di un uomo che ha venduto i suoi sogni ma non può dimenticarli.

(Il grande coltello)

Il grande coltello è un’allegoria sui devastanti effetti della fama e del denaro sulla personalità di un artista e una durissima critica al patinato mondo di Hollywood scagliata da chi vi ha vissuto gran parte della propria vita: Odets, infatti, ricevette i maggiori compensi scrivendo sceneggiature di film come Il generale morì all’alba, Il ribelle e Piombo rovente; per La ragazza di campagna, adattamento cinematografico di un suo soggetto, Grace Kelly vinse il suo unico Oscar come miglior attrice protagonista.

Sono ingenuo, eh?
Sì, ma è la tua qualità migliore.

(Il grande coltello)

In un film di dichiarato stampo teatrale in cui i personaggi sono molto più importanti della trama (forte è l’influenza di Anton Chekhov sull’autore) a esaltarsi è l’abilità degli attori.

Colpisce in particolare la mirabile interpretazione di Jack Palance nel ruolo del sofferente Charlie Castle: un belloccio che può avere tutto ciò che desidera, ma che ha rinunciato a tutto ciò che amava e che in fondo continua ad amare; un idealista, intellettuale, amante dell’arte e della musica, stritolato da una prigione d’oro che lo ha condotto ai più miseri compromessi, alle più subdole frequentazioni, a sguazzare nel marciume celato dietro l’abbagliante universo dell’industria cinematografica.

Jack Palance e Ida Lupino in una scena del film

La sua performance è resa ancora più straordinaria dall’insolito ruolo da protagonista: Volodymyr Palahniuk, in arte Jack Palance, è infatti ricordato soprattutto per i molti ruoli da cattivo, cui era stato relegato fin dagli inizi della carriera per i suoi lineamenti spigolosi. Nato in Pennsylvania da una famiglia di origine ucraina, dopo aver tentato la carriera da pugile professionista recitò in circa 130 pellicole tra cinema e televisione.

Nel 1992, conquistò il premio Oscar come miglior attore non protagonista per il film Scappo dalla città – La vita, l’amore e le vacche, a più di quarant’anni dal proprio debutto cinematografico: nel ritirare la statuetta, ricevette una standing ovation dal pubblico in sala praticando delle flessioni con un braccio solo alla tenera età di 73 anni.

Jack Palance ne Il grande coltello

A regalare un’altra indimenticabile interpretazione è l’ossigenato Rod Steiger nei panni dell’antagonista principale, il produttore Stanley Hoff: mefistofelico, spietato, patriota fanatico al punto da chiedere al protagonista di firmare il contratto con la penna del generale Douglas MacArthur, comandante dell’esercito statunitense durante la Seconda Guerra Mondiale.

Rod Steiger ne Il grande coltello

Il personaggio si ispira ad alcuni dei più potenti produttori cinematografici hollywoodiani, ancora in auge nel periodo in cui fu realizzato il film. I suoi finti pianti provengono da Louis B. Mayer, dispotico boss della Metro Goldwyn Mayer (esperto nel piangere a comando, secondo le fonti dell’epoca), ma la sua figura è modellata soprattutto sulle fattezze del feroce tycoon della Columbia Pictures, Harry Cohn: il produttore si accorse subito della voluta somiglianza e tentò senza successo di agire per vie legali contro il regista Robert Aldrich, minacciando di rovinargli la carriera.

Harry Cohn

Cohn era noto per i suoi modi autocratici e intimidatori. Quando divenne presidente della Columbia Pictures rimase anche a capo della produzione, acquisendo così un potere incontrastabile. Si diceva che avesse dispositivi di ascolto ovunque e che potesse sintonizzarsi su qualsiasi conversazione, per poi intervenire facendo risuonare la propria voce attraverso un altoparlante in caso non gradisse qualcosa.

Moe Howard, del trio comico The Three Stooges (conosciuto in Italia come I tre marmittoni), lo definiva un tipo alla Dr. Jekyll e Mr. Hyde, capace di urlare e imprecare contro attori e registi nel proprio ufficio tutto il pomeriggio e di salutarli poi cordialmente la stessa sera a cena.

Secondo il biografo Michael Fleming, Cohn obbligò un altro membro degli Stooges, Curly Howard, a continuare a lavorare dopo essere stato colpito da una serie di lievi ictus: poco tempo dopo Howard ne subì uno più grave, che lo costrinse al ritiro e lo portò a prematura morte.

Curly Howard

Cohn aveva anche stretti legami con la criminalità organizzata, in particolare amicizie di lunga data con i gangster John Roselli e Abner Zwillman. Questi rapporti vennero brutalmente alla luce per un abietto episodio di razzismo, intimidazione e violenza.

Nel 1957, l’attore, cantante e ballerino di colore Sammy Davis Jr. frequentava la biondissima attrice Kim Novak, in quel momento sotto contratto con la Columbia Pictures di Harry Cohn.

King Cohn (nomignolo che gli era stato affibbiato per l’assonanza col celebre gorilla) temeva che la relazione interraziale potesse danneggiare gli Studios e ingaggiò Roselli e i suoi uomini per spaventare Davis e imporgli di non vedere più la Novak.

Sammy Davis Jr.

I gangster lo rapirono per alcune ore e lo minacciarono di fargli perdere l’altro occhio (aveva un occhio di vetro avendo perso il sinistro tre anni prima in un grave incidente d’auto) e di fratturargli le gambe se non avesse sposato una donna di colore entro due giorni: Davis sposò la ballerina di colore Loray White nel 1958 e pagò per contrarre il matrimonio a condizione che si potesse sciogliere entro la fine dell’anno, divorziando poi ufficialmente nell’aprile 1959.

Cohn chiedeva rapporti sessuali alle attrici in cambio dei contratti. Due star come Rita Hayworth e Joan Crawford si rifiutarono platealmente, ma Cohn dovette mantenerle sotto contratto in quanto troppo preziose per la casa di produzione. Secondo lo scrittore Joseph McBride, l’attrice Jean Arthur lasciò il mondo del cinema a causa delle avances di Cohn.

Rita Hayworth e Harry Cohn

Oltre allo Stanley Hoff de Il grande coltello, i tratti caratteristici di Harry Cohn hanno ispirato personaggi di diversi film: il Willie Stark di Tutti gli uomini del re e l’Harry Brock di Nata ieri, entrambi interpretati da Broderick Crawford, e soprattutto il viscido produttore Jack Woltz ne Il padrino, interpretato da John Marley ed entrato nell’immaginario collettivo per la celeberrima scena della testa di cavallo mozzata.

Uno dei personaggi secondari che restano maggiormente impressi ne Il grande coltello è la Connie Bliss interpretata da Jean Hagen, moglie del migliore amico di Charlie Castle, Buddy Bliss: seducente, maliziosa, spregiudicata e soprattutto completamente diversa dalla smorfiosa e capricciosa diva del muto Lina Lamont di Cantando sotto la pioggia, ruolo per cui è più nota l’attrice.

Jean Hagen ne Il grande coltello

Non c’è dubbio che la rivelazione di Robert Aldrich sarà l’evento cinematografico del 1955, all’inizio dell’anno non conoscevamo nemmeno il suo nome.

(François Truffaut)

Il cuore pulsante de Il grande coltello è un regista anticonformista e indipendente: Robert Aldrich. Aldrich amava affrontare temi politici e sociali scomodi, sfidando lo strapotere delle grandi case di produzione cinematografica e scagliando espliciti atti d’accusa verso lo stile di vita americano. I suoi personaggi non sono mai eroi tutti d’un pezzo, ma perdenti, cinici e violenti; nei suoi film dominano avidità e sete di potere.

Fu grazie a lui che il pubblico americano degli Anni ’50 e ’60, tradizionalmente abituato a buoni sentimenti e ideali patriottici, venne di colpo riportato alla realtà da immagini e linguaggi del tutto nuovi per il cinema: non sorprende, quindi, che Aldrich sia considerato un punto di riferimento da intere generazioni di registi.

Robert Aldrich

Cresciuto in una famiglia di politici e banchieri imparentata con i Rockfeller, Aldrich approdò a Hollywood come addetto alla produzione per la RKO, diventando quindi assistente di registi del calibro di Charlie Chaplin, Jean Renoir, Joseph Losey, William A. Wellman, Jules Dassin, Edward Dmytryk e Lewis Milestone.

Per nove anni imparò il mestiere da maestri assoluti, acquisendo i fondamenti pratici ed estetici del cinema, dei quali riportò egli stesso alcuni esempi in varie interviste: le ambientazioni e le atmosfere da Jean Renoir, le tecniche per pianificare in anticipo una ripresa da Lewis Milestone, le scene d’azione da William A. Wellman, l’importanza della comunicazione con gli attori da Joseph Losey, l’empatia visiva tra telecamera e pubblico da Charlie Chaplin.

Molti di questi straordinari cineasti erano anche tra i primi sospettati di attività filocomuniste e sovversive durante la caccia alle streghe messa in atto dal senatore Joseph McCarthy, il cosiddetto maccartismo: sotto la loro influenza, Aldrich rifiutò le convenzioni morali e commerciali dell’epoca per intraprendere un percorso personale fuori dal coro.

Robert Aldrich riconoscibile subito dietro Charlie Chaplin sul set di Luci della ribalta

Aldrich iniziò la sua trentennale carriera di regista nel 1954 con due western: L’ultimo Apache, il primo film dichiaratamente dalla parte degli indiani d’America, e Vera Cruz, considerato il vero modello d’ispirazione per il western all’italiana (pare che il grande Sergio Leone lo conoscesse a memoria, al punto da saperlo raccontare inquadratura per inquadratura).

Nel 1955, pochi mesi prima di girare Il grande coltello, Aldrich approdò al noir con Un bacio e una pistola, adattamento di un romanzo di Mickey Spillane con protagonista l’investigatore privato Mike Hammer, definito dal critico Tim Dirks il film noir definitivo, apocalittico e nichilista.

Dopo i celebri Che fine ha fatto Baby Jane? e Piano… piano, dolce Carlotta, Aldrich diresse il memorabile Quella sporca dozzina, una delle sue pellicole di maggior successo e modello per i film d’azione dei decenni successivi, e Quella sporca ultima meta, sferzante denuncia contro il sistema carcerario statunitense.

Robert Aldrich con Lee Marvin e John Cassavetes sul set di Quella sporca dozzina

Oltre a presentare un affresco molto esatto di Hollywood, “Il grande coltello” è il film americano più raffinato e intelligente che abbiamo visto da molti mesi a questa parte.

(François Truffaut)

Con Il grande coltello, Aldrich vinse il Leone d’argento per la miglior regia alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia e ottenne il plauso della critica europea: i Cahiers du Cinéma inclusero tre dei suoi film (L’ultimo Apache, Vera Cruz e, appunto, Il grande coltello) tra i dieci migliori dell’anno e lo accolsero come protagonista di una nuova rivoluzione autoriale.

Jack Palance e Rod Steiger ne Il grande coltello

…e tutti risero (Peter Bogdanovich, 1981)

Alcuni anni fa, due mostri sacri della regia come Quentin Tarantino e Wes Anderson inserirono tra i propri film preferiti …e tutti risero (1981) di Peter Bogdanovich, sorprendendo critici e appassionati. Capita spesso che un insuccesso commerciale salga alla ribalta come “cult” dopo simili investiture. Per circostanze straordinarie, tragiche o paradossali, alcuni di questi film diventano addirittura leggendari.
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È il caso di …e tutti risero, condannato a un titolo beffardo dai tristi eventi che ne hanno costellato la realizzazione e impedito, di fatto, la diffusione. Una commedia romantica che parla d’amore con tenerezza e leggerezza ma che, una volta conosciuta la sua storia, non può fare a meno di suscitare profonda tristezza.
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Cast di ...e tutti risero (1981)
Il cast di …e tutti risero (1981): Colleen Camp, Blaine Novak, Patti Hansen, Ben Gazzara, Audrey Hepburn, John Ritter, Dorothy Stratten, George Morfogen

Il film ha come protagonisti degli investigatori privati di un’agenzia di New York con la poco professionale abitudine di innamorarsi delle donne che dovrebbero sorvegliare. Per due di loro, la situazione si complica: John Russo (Ben Gazzara) ha una relazione con la moglie di un diplomatico (Audrey Hepburn), mentre Charles Rutledge (John Ritter) perde la testa per una giovane donna (Dorothy Stratten) fatta pedinare dal marito geloso.
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In un film senza cattivi, la trama era il drammatico specchio delle vite di attori e regista.
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Audrey Hepburn stava attraversando un periodo difficile con il suo secondo marito, lo psichiatra Andrea Dotti, con cui era rimasta solo per loro figlio. Ben Gazzara era ormai vicino a concludere il proprio rapporto con la seconda moglie, l’attrice Janice Rule.
Prima dell’inizio delle riprese, durante la realizzazione del film Linea di sangue (1979), Hepburn e Gazzara avevano avuto una storia d’amore, che era finita male: Gazzara si era infatti innamorato della modella Elke Krivat, che avrebbe poi sposato, e aveva iniziato le pratiche del divorzio dalla moglie.
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La tensione tra Hepburn e Gazzara, oltre a portare imbarazzo e tristezza sul set, compromise inevitabilmente la chimica tra i due personaggi, nonostante le eccezionali capacità degli attori.
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Fu l’ultimo ruolo principale di Audrey Hepburn in un film per il cinema.
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Ben Gazzara e Audrey Hepburn (...e tutti risero, 1981)
Audrey Hepburn e Ben Gazzara (…e tutti risero, 1981)

La ventenne Dorothy Stratten era al primo ruolo di rilievo in carriera. A causa della precaria situazione economica familiare, aveva iniziato a lavorare in un locale a soli 14 anni. Qui aveva incontrato Paul Snider, un impresario più vecchio di lei di nove anni, con cui aveva intrapreso una relazione e che l’aveva introdotta nel mondo della rivista Playboy, dove sarebbe diventata Playmate dell’Anno 1980. Dopo i primi successi di lei, i due si erano sposati.
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Durante le riprese di …e tutti risero, la Stratten si legò sentimentalmente al regista Peter Bogdanovich e i due andarono a vivere insieme. Nessuno poteva immaginare che le vicende del suo personaggio, che nel film tradisce il marito per poi lasciarlo per uno dei protagonisti, sarebbero state il preludio alla sua tragica fine.
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Stratten e Bogdanovich
Dorothy Stratten e Peter Bogdanovich

A riprese ultimate, sottovalutando la morbosa gelosia del marito (che era arrivato ad assoldare un detective privato per sorvegliarla), la Stratten decise di incontrarlo un’ultima volta per concludere gli accordi economici per la separazione. Durante questo incontro, Paul Snider la uccise sparandole con un fucile e, poco dopo, si suicidò. Era il 14 agosto 1980.
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La storia di Dorothy Stratten è raccontata nel film Star 80 (1983), di Bob Fosse.
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La pubblicità negativa provocata dalla tragedia limitò la distribuzione della pellicola. Bogdanovich non poteva accettare quella sorte per l’unico film da lui girato con la Stratten. Decise pertanto di acquistarne i diritti, pagando di tasca propria la riedizione. Arrivò a spendere cinque milioni di dollari, incassandone meno di uno: nel 1985 dichiarò bancarotta.
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Il flop al botteghino di …e tutti risero, insieme agli insuccessi di Cruising, I cancelli del cielo e Un sogno lungo un giorno, concluse il periodo degli Anni ’70 definito New Hollywood, durante il quale i film venivano gestiti completamente dai registi. Da allora, gli studios di Hollywood raramente finanziano dei film affidandone il pieno controllo ai registi.
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Bogdanovich descrisse il periodo della realizzazione del film e i tragici fatti legati all’omicidio della Stratten nel libro The Killing of the Unicorn, pubblicato nel 1984.
Nella mente del regista c’era un film personale sull’amore e sulla battaglia tra i sessi, nascosto dietro un genere di copertina, detective privati: il tema dominante era la libera espressione di amori e desideri latenti.
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Charles (Ritter), che nel film sorveglia Dolores (Stratten) per amore e non più solo per lavoro, indossa occhiali oversize con montatura di plastica, marchio di fabbrica del regista Peter Bogdanovich: forse un riferimento all’iniziale senso di colpa di Bogdanovich e alla successiva accettazione del suo amore per la Stratten. O forse solo una tenera allusione ai suoi sentimenti per lei, in un momento da lui definito come “il più felice della sua vita”.
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Dolores (Stratten) e Charles (Ritter) in ...e tutti risero (1981)
Dolores (Stratten) e Charles (Ritter) in …e tutti risero

Dai Golden Turkey Awards a Tim Burton

Golden Turkey Awards (The Worst Achievements in Hollywood History) è un libro scritto nel 1980 dai fratelli Michael e Harry Medved.
Grandi appassionati di B-movie, i Medved decisero di creare un premio fittizio denominato Golden Turkey sulla falsariga del Premio Oscar, da assegnare ai peggiori film ed attori. A tale scopo, scrissero un saggio elencando quale fosse, secondo loro, il peggio del peggio di Hollywood: nel libro sono presenti liste di vari “riconoscimenti” a film, registi, attori, ecc. ritenuti i peggiori della storia del cinema.
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Golden Turkey Awards
Golden Turkey Awards (The Worst Achievements in Hollywood History), Michael e Harry Medved

Nella prefazione del libro, gli autori dichiarano che le loro scelte possono non essere condivise da tutti, e che, esistendo “un numero enorme di brutti film, pessimi registi ed attori tremendi”, le liste sono soggette a continui aggiornamenti. Essendo gli autori anglofoni, la lista è molto sbilanciata sul cinema americano, tralasciando quello europeo e di altri Paesi.
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Alcuni vincitori del Golden Turkey sono davvero singolari, come ad esempio il peggior credito nei titoli assegnato alla versione del 1929 de La bisbetica domata di William Shakespeare, dove appare la dicitura “with additional dialogue by Sam Taylor” (“dialoghi supplementari aggiunti da Sam Taylor”, come se Shakespeare avesse bisogno di “dialoghi supplementari”…).
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La bisbetica domata (1929)
La bisbetica domata (Sam Taylor, 1929)

Il riconoscimento più controverso, al limite del paradossale, è senza dubbio il Golden Turkey come peggior attore a Richard Burton, attore shakespeariano più volte candidato all’Oscar e considerato tra i più grandi attori della storia del cinema. L’assegnazione del premio, tuttavia, è stata motivata quasi esclusivamente dalle discutibili scelte dei ruoli cinematografici interpretati in carriera e dalla partecipazione ad un elevato numero di film ritenuti scadenti.
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Richard Burton
Richard Burton

In ogni caso, come per gli Oscar, a destare maggiore curiosità sono inevitabilmente i premi per il peggior film e il peggior regista.
Le due categorie risaltano ancor di più in quanto intimamente collegate: il peggior film, Plan 9 from Outer Space, è stato diretto dal peggior regista, Edward D. Wood Jr.
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Plan 9 from Outer Space è un horror fantascientifico del 1959, ignorato dalla critica fino alla morte del regista Edward D. Wood Jr. nel 1978, quando tornò in auge proprio con la definizione di “peggior film di tutti i tempi”. Ciò ha contribuito a renderlo un film di culto, in cui a risaltare sono soprattutto gli effetti speciali, considerati ridicoli anche per l’epoca: modellini di astronavi sorretti da fili visibili, sfondi finti su cui gli attori proiettano le proprie ombre, e così via. Secondo il Morandini, questo “non gli impedisce di essere assai divertente, almeno per chi sa apprezzarne lo spudorato dilettantismo, le strampalate scenografie, i dialoghi tremendi, l’assurda logica narrativa”.
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Plan 9 from outer space_1
Plan 9 from Outer Space (1959)

Edward D. Wood Jr. è stato un uomo di cinema: regista, sceneggiatore, produttore cinematografico, attore, montatore. Emarginato dal mainstream hollywoodiano sia per l’etichetta di “diverso” e “bizzarro” (era un crossdresser con un feticismo per i golfini d’angora da donna), sia per le proprie idee eccentriche, ha avuto a disposizione sempre e solo budget irrisori e tempi di realizzazione ridicoli. La costante mancanza di mezzi, a cui faceva da contraltare solo la grande passione per il cinema, ha inesorabilmente influenzato la sua intera produzione cinematografica: tutti i suoi film sono caratterizzati da una trama estremamente approssimativa e da un’irrealistica rapidità nel girare le scene. Quasi sempre erano sufficienti pochi giorni e singoli ciak per il completamento di un film.
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Edward D. Wood Jr.
Edward D. Wood Jr.

A rendere leggendario il nome di Edward D. Wood Jr. ha contribuito il suo più celebre collega Tim Burton, che gli ha reso omaggio con il film biografico Ed Wood (1994), il cui cast comprende un intenso Johnny Depp ed uno straordinario Martin Landau, premiato con l’Oscar.
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Johnny Depp e Martin Landau in Ed Wood (1994)

Burton, da sempre fan di Wood, ebbe modo di leggere alcune sue lettere e fu colpito dalla considerazione che egli aveva dei propri film, come se fossero dei capolavori assoluti, mentre i suoi contemporanei li reputavano i peggiori film di sempre.
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Glen or Glenda (1953) e La sposa del mostro (1955)

A riprova del grande rispetto di Burton per Wood, il biopic è intriso di ammirazione (in modo partecipato ed esagerato, a detta dello stesso regista), più che finalizzato alla derisione del lavoro del protagonista. Burton riconobbe infatti di aver probabilmente rappresentato Wood ed il suo staff con troppa indulgenza, affermando di “non voler ridicolizzare persone che sono già state ridicolizzate per un considerevole periodo della loro vita”. Il regista ha inoltre affermato che, nel film Edward mani di forbice (1990), il protagonista si chiama Edward in onore di Wood.
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Edward mani di forbice (1990)

Uno dei punti focali nella vita di Edward D. Wood Jr., così come nel film Ed Wood, è la sua profonda amicizia con Bela Lugosi, attore ungherese sulla via del declino ed un tempo indiscussa star di Hollywood, per il quale Wood aveva una sconfinata ammirazione.
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Wood e Lugosi sul set di Glen or Glenda, Depp e Landau in Ed Wood

Il rapporto tra Ed Wood e Bela Lugosi ne ricorda molto un altro: quello tra il regista Tim Burton e il suo idolo di sempre, l’attore Vincent Price. In un’intervista, Burton disse: “incontrare Vincent ebbe un impatto incredibile per me, lo stesso impatto che deve aver avuto su Ed incontrare il suo idolo e lavorare con lui”.
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Tim Burton e Vincent Price

A Vincent Price, eccellente attore dall’aspetto aristocratico, icona del cinema horror degli Anni ’50 e ’60, Tim Burton ha dedicato il film Edward mani di forbice, in cui Price recita per l’ultima volta.
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Vincent Price (in primo piano e insieme a Tim Burton e Johnny Depp sul set di Edward mani di forbice)