Music Box – Prova d’accusa (Costa-Gavras, 1989)

Caustico è l’aggettivo che meglio di ogni altro descrive il film “Music Box – Prova d’accusa”, premiato con l’Orso d’oro al Festival di Berlino 1990. Un aggettivo profondamente legato al suo regista, il greco Costa-Gavras, che in molte sue opere ha messo in luce il devastante potenziale di crudeltà, prevaricazione e sadismo che l’essere umano è in grado di esprimere.
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Il film, con protagonisti una straordinaria Jessica Lange (candidata all’Oscar) ed un camaleontico Armin Mueller-Stahl, narra le vicende di una famiglia americana di origine ungherese la cui vita quotidiana viene sconvolta quando Mike Laszlo (Mueller-Stahl), padre e nonno amorevole, viene accusato di essere un criminale di guerra appartenente alle Croci Frecciate, partito filonazista e antisemita al governo in Ungheria sul finire della Seconda Guerra Mondiale. Sua figlia Ann (Lange), brillante ed inarrestabile avvocatessa, decide con coraggio di assumerne la difesa per scagionarlo e riabilitare il suo nome e quello della propria famiglia.
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Mike Laszlo (Armin Mueller-Stahl) e Ann Talbot (Jessica Lange)
“Music Box – Prova d’accusa” è un legal drama che trascina dal primo istante. L’aula di tribunale, teatro principale degli eventi, ha una staticità solo apparente: la suspence, alimentata dall’evoluzione del giudizio dello spettatore e ancor più dalle emozioni contrastanti che egli vive, conferisce al film un ritmo incalzante, quasi spiazzante.
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L’orrore e la sofferenza dell’Olocausto si contrappongono all’amore e alla strenua difesa dei propri cari, in una lotta dolorosa ed impari. Il sogno americano fa i conti con la Storia, mentre la Vecchia Europa risorge ardente nel cuore e nella mente di chi le appartiene, di chi ce l’ha nel sangue. Al di sopra di tutto, la Giustizia, il vero motore degli eventi. Feroce, spietata, ma anche l’unica vera speranza di salvezza. Qualcosa che non può scendere a compromessi neppure con l’amore di una figlia per il proprio padre.
Qualcosa che, alla fine, dovrà trionfare a tutti i costi.
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Église de Saint-Étienne du Mont, Parigi

Parigi, emblema di romanticismo, arte ed eleganza, è da sempre una delle location preferite dai registi, che hanno contribuito a renderla immortale esaltandone le meraviglie o rivelandone scorci nascosti in numerosi film.
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Passeggiando per la città si è inizialmente sopraffatti dalla magnificenza dei suoi capolavori, che catalizzano immediatamente attenzione, sorpresa e incanto. Pian piano, però, a prendere il sopravvento è l’indescrivibile sensazione di poter scoprire e contemplare bellezza ad ogni angolo, anche solo vagando senza meta.
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Questa sensazione rappresenta uno dei più intimi e profondi significati del film “Midnight in Paris” (2011) di Woody Allen: un delicato omaggio alla città di Parigi in cui il regista guarda con intensa nostalgia alle epoche precedenti, al punto da far confondere presente e passato, da far diventare sogno e realtà una cosa sola.
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Midnight in Paris (Woody Allen, 2011)
Midnight in Paris (Woody Allen, 2011)
Fino all’ultimo, le avventure del protagonista possono sembrare semplicemente frutto della sua immaginazione, ma forse è proprio questo il messaggio chiave del film: chi è abbastanza romantico ha il privilegio di poter credere che la storia sia vera.
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Più volte, durante il film, un luogo apparentemente casuale diventa inatteso protagonista della scena, conferendole autenticità ed unicità straordinarie. È come se, all’improvviso, fosse impossibile ambientare la scena altrove. Come se, all’istante, ci convincessimo tutti che gli eventi hanno avuto luogo in quel punto preciso.
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Midnight in Paris (Woody Allen, 2011)
Midnight in Paris (Woody Allen, 2011)
Uno di questi luoghi è la chiesa che compare nell’indimenticabile scena in cui Gil (Owen Wilson), durante una passeggiata notturna, accetta un passaggio su una vettura d’epoca che lo trasporta nella Parigi degli Anni Venti, il luogo e l’epoca in cui ha sempre sognato di vivere: si tratta dell’Église de Saint-Étienne du Mont, situata nel Quartier Latin, nei pressi del Panthéon e della stazione della metropolitana “Cardinal Lemoine” (Linea 10).
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Saint-Étienne du Mont
Église de Saint-Étienne du Mont, Parigi
Questa chiesa rappresenta la continuità tra presente e passato, una porta per un viaggio nel tempo, una comunicazione tra epoche e mondi diversi. A renderla perfetta per il suo ruolo è già la sua posizione geografica: tra il Panthéon, luogo di sepoltura di tanti personaggi illustri del passato, e la Sorbonne, una delle università più prestigiose al mondo. Una zona, il Quartier Latin, dove biblioteche e librerie antiche si alternano a scuole ed istituti frequentati da persone di tutte le età: un luogo in cui antico e nuovo convivono e s’intrecciano nella realtà di tutti i giorni.
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Passa Calle – La Musica Notturna delle Strade di Madrid Op. 30 No. 6 (Luigi Boccherini)

La musica unisce.
Unisce persone che fermano per un attimo i propri pensieri, unisce emozioni simili ed opposte, unisce sentimenti, idee, situazioni, condizioni.
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Unisce, ad esempio, film del tutto diversi tra loro, film che apparentemente non hanno davvero nulla in comune. Perché? Perché spesso i film non condividono generi o canoni, ma qualcosa di molto più nascosto e delicato: gli stati d’animo dei personaggi.
E una musica, da sola, può rappresentare uno stato d’animo, con la stessa efficacia di un’immagine: le immagini danno certezza ed evidenza e spostano il focus sull’azione; la musica tocca direttamente le corde dell’immaginazione.
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Uno degli esempi è la “Passa Calle” di Luigi Boccherini, tratta da “La Musica Notturna delle Strade di Madrid Op. 30 No. 6” e parte integrante delle colonne sonore di due film agli antipodi per genere, contesto, atmosfere e personaggi: “Cruising” (1980) di William Friedkin (“Il braccio violento della legge”, “L’esorcista”) e “Master & Commander – Sfida ai confini del mare” (2003) di Peter Weir (“L’attimo fuggente”, “The Truman Show”).
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Cruising/Master & Commander - Sfida ai confini del mare
Cruising (1980) e Master & Commander – Sfida ai confini del mare (2003)
“Cruising” è un poliziesco atipico, in bilico tra thriller e horror, passato alla storia soprattutto per le feroci polemiche legate all’ambiguità del messaggio finale e alla brutale rappresentazione del “sottobosco urbano” dei locali notturni frequentati dagli omosessuali (per i più critici ricostruito con un malcelato velo di disgusto, piuttosto che descritto senza troppi scrupoli) e, pertanto, sommerso dalle accuse di omofobia. Famigerato, più che famoso, ma estremamente sottovalutato. Guardando “Cruising” e ascoltando la “Passa Calle”, viene spontaneo chiedersi: “com’è possibile che in questo film ci sia questa musica?”.
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Un serial killer uccide barbaramente dei giovani omosessuali dopo averli adescati. Le indagini vengono affidate ad un poliziotto, Steve Burns (Al Pacino), che deve introdursi negli ambienti dove sono state avvicinate le vittime per riuscire ad individuare l’assassino. A tale scopo, egli annulla quella che sa essere la propria natura, adattandosi al contesto come in una missione da infiltrato, in modo da farsi passare per una potenziale vittima.
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Cruising (William Friedkin, 1980)
Cruising (William Friedkin, 1980)
La pericolosità dell’incarico, l’estraneità di un mondo a cui sente di non appartenere, la presenza invisibile di un killer spietato che continua a colpire e la forzata immedesimazione in qualcosa verso cui il proprio ambiente di origine prova soltanto avversione e ripugnanza generano nel protagonista una tensione sempre maggiore, a volte quasi insopportabile.
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L’unico ritorno alla “normalità” consiste nel trascorrere qualche momento a casa, insieme alla propria ragazza Nancy (Karen Allen). Ma non si sente mai del tutto tranquillo a casa, ed è sempre meno presente nella relazione con Nancy, tormentato dai crescenti dubbi sul proprio orientamento sessuale. Solo una musica gli consente di uscire da quel mondo per tornare davvero a respirare per qualche secondo: la “Passa Calle”. Quando mette su il disco, la vita sembra ripartire come un orologio.
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“Master & Commander – Sfida ai confini del mare” è un film d’avventura che catapulta lo spettatore nel periodo napoleonico, seguendo le peripezie e le imprese di una nave della Marina britannica, guidata nel fisico e nello spirito da due figure di riferimento indimenticabili: il fiero ed autorevole comandante Jack Aubrey (Russell Crowe) ed il dottor Stephen Maturin (Paul Bettany), valente medico di bordo dotato di un’inesauribile curiosità per le meraviglie della natura.
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Master & Commander - Sfida ai confini del mare (Peter Weir, 2003)
Master & Commander – Sfida ai confini del mare (Peter Weir, 2003)
Tra le sanguinose battaglie, gli arrembaggi, gli inseguimenti e la rigida disciplina di bordo, i due protagonisti si impongono un ritorno alla “normalità” e alla quiete dandosi appuntamento per suonare insieme e, nonostante le difficoltà, cercano di non mancare mai all’impegno preso, quasi come fosse un rito. L’ultimo brano eseguito è proprio la “Passa Calle”, ed è senza dubbio uno dei più emblematici: è il sottofondo alla determinazione e al coraggio del comandante, è l’espressione della serenità che consente la lucidità nel ragionamento e la fermezza nelle decisioni.
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Master & Commander - Sfida ai confini del mare (Peter Weir, 2003)
Master & Commander – Sfida ai confini del mare (Peter Weir, 2003)
In entrambi i film, questo brano rappresenta inequivocabilmente il riposo, la distensione senza la quale vivere sembra impossibile, la momentanea fuga da una realtà di ogni giorno così difficile da affrontare: i protagonisti, messi continuamente a dura prova, scelgono la musica per fermarsi, per riflettere o per non essere costretti a farlo.
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The Doors (Oliver Stone, 1991)

Un film di canzoni, ogni canzone un film.
La storia di un gruppo rock, The Doors, e del suo leader, Jim Morrison.
Lo spaccato di un’epoca, di un contesto umano, sociale e artistico irripetibile di cui la loro musica si fa voce e cuore pulsante.
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“The Doors” è un’opera biografica che ha il merito di sfumare le inevitabili differenze tra la trama di un film e gli eventi realmente accaduti, fin quasi ad annullarne l’orizzonte. Le riflessioni e i commenti sul film, le parole da spendere, diventano tutt’uno con le considerazioni sui Doors, su Morrison, su quella musica, su quegli anni.
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The Doors (Oliver Stone, 1991)
The Doors (Oliver Stone, 1991)
La prima parte del film vede Jim Morrison alla ricerca di se stesso, sopraffatto dal bisogno di conoscere nel profondo la propria anima e di comprendere davvero quale sia la più pura espressione del proprio talento, della propria creatività e del proprio pensiero, a partire dal fallimentare approccio con il mondo del cinema e con la macchina da presa e dalla frenetica produzione di poesie. Da qui, il fatale incontro col tastierista Ray Manzarek, l’idea di mettere in musica quelle parole, la nascita del gruppo insieme al chitarrista Robby Krieger e al batterista John Densmore. Quindi gli amori di Morrison, primo fra tutti la sua compagna Pamela Courson (interpretata da Meg Ryan), forse il personaggio meno credibile e più decontestualizzato del film: una figura un po’ troppo costruita, che viene percepita dallo spettatore quasi come un corpo estraneo e presentata in certi momenti alla stregua di una donna-oggetto, di cui vengono lasciati colpevolmente in secondo piano sia l’effettivo contributo come musa ispiratrice del cantante/poeta sia l’iconico ruolo di “groupie”, autentico emblema degli anni della contestazione giovanile.
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Il film si snoda parallelamente tra i concerti del gruppo e la vita privata dei personaggi, ambiti in cui man mano emergono tutte le inquietudini, le esagerazioni e i comportamenti sopra le righe di Morrison, che contribuiscono a portare i Doors prima all’apice del successo e poi ad un rapido declino, fino all’evento che li fa entrare nella leggenda: la morte del loro leader, ancora oggi avvolta nel mistero.
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L’ultima scena vale da sola la visione del film: esprime tutta l’emozione del regista Oliver Stone nel cercare di far comprendere a tutti ciò che Jim Morrison ha rappresentato per la sua generazione. Una città straniera (Parigi), un cimitero che trasuda arte e intelletto (Père-Lachaise), le tombe di grandi personaggi del passato. Maestose, sì, ma tristi e cupe. E poi, all’improvviso, la sua: un’esplosione di colori, di scritte, di fiori, di oggetti lasciati in dono a un uomo che tanto ha dato a chi ha ascoltato e ancora ascolta la sua musica, e non solo.
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Le interpretazioni di gran parte degli attori (Kilmer/Morrison e MacLachlan/Manzarek su tutti), la colonna sonora traboccante di canzoni del gruppo (“Light my fire“, “Riders on the storm” e “The End” le pietre miliari), la scelta registica di unire l’atmosfera di un’avventura “on the road” ai generi canonici per questo tipo di film (biografico, musicale) consentono alla trasposizione di fondersi con la realtà e allo spettatore di entrare immediatamente dal vivo nella storia.
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È una storia che poggia le basi su due temi fondamentali e ricorrenti: la musica e il viaggio. Da essi ne nasce un altro, che pian piano diventa dominante: vivere tanto appieno la vita da desiderare di superarne i confini.
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The Doors (Oliver Stone, 1991)
The Doors (Oliver Stone, 1991)
Il film è un viaggio nell’autodistruzione, un incessante inseguimento della morte fin quasi a toccarla per riempire di significato l’esistenza, per apprezzarne davvero ogni attimo. Ma è anche un viaggio di vita, di creazione, come se ogni nuova canzone fosse un respiro profondo o un sorso d’acqua e insieme un altro passo verso la libertà, verso l’infinito.
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Amare la vita esasperandone la visione olistica e usare la musica per tentare di descrivere questo amore: il più forte e umano dei sentimenti diventa una divinità da venerare e a cui consacrarsi, un ideale a cui sacrificare anche la propria esistenza. Ed è qui che vita e morte iniziano il loro connubio, presente e continuo per tutto il film.
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Attraverso il fascino selvaggio che esercita su Morrison, la morte stessa diventa un personaggio del film: è un’amica, una compagna fedele che dà speranza e serenità, è la promessa della fine delle sofferenze di un animo tormentato ma al tempo stesso è la porta per un nuovo mondo, in cui regnano pace, armonia e amore.
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The Doors
The Doors
Una porta, il simbolo alla base di tutto, a partire dal nome del gruppo: “The Doors”.
“If the doors of perception were cleansed, everything would appear to man as it is: infinite.” – “Se le porte della percezione fossero purificate, ogni cosa apparirebbe all’uomo com’è: infinita.” Così recita la frase di William Blake riportata nel libro “The Doors of Perception” di Aldous Huxley, che ha ispirato la scelta del nome del gruppo.
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E cosa c’è di più potente ed efficace della droga per eludere i sensi, il raziocinio, la lucidità? Forse nulla.
Droga per raggiungere e mantenere quello stato di incoscienza pura e primitiva, all’interno del quale l’anima stessa sembra essere diretta creatrice di tutto ciò che è arte. E tra le droghe, la più importante è anche la più inaspettata: la musica. È la musica la vera porta verso l’infinito, il vero mezzo per andare oltre la percezione sensoriale umana. È la musica, ispirata dalla poesia di quei testi, così profondi e spiazzanti, così fuori dall’usuale, quasi mistici, emblematici di quanta infinita disperazione possa celarsi nell’animo umano e di quanta immensa gioia possa risiedervi allo stesso tempo: su questo paradosso si è basata l’intera, breve e intensa esistenza di Jim Morrison.
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Jim Morrison/Val Kilmer
Jim Morrison/Val Kilmer