Premi Oscar 2024

Dopo l’inatteso en plein di Everything Everywhere All at Once della scorsa edizione, interrotto solo dalla straordinaria performance di Brendan Fraser in The Whale, i Premi Oscar 2024 non hanno riservato particolari sorprese.

A dominare la scena è stato il monumentale Oppenheimer di Christopher Nolan, biopic sul fisico statunitense J. Robert Oppenheimer, direttore del Progetto Manhattan che portò alla realizzazione delle prime bombe atomiche. Terzo film di maggior incasso mondiale del 2023, Oppenheimer ha meritatamente conquistato sette statuette: miglior film, miglior regia, miglior attore, miglior attore non protagonista, miglior montaggio, miglior fotografia e miglior colonna sonora originale. Il dodicesimo lungometraggio di Christopher Nolan è un film cupo e incalzante, capace di mantenere alta la suspense fino all’ultimo senza quasi far percepire la durata di tre ore.

Cillian Murphy in Oppenheimer

Le magistrali interpretazioni di Cillian Murphy (J. Robert Oppenheimer) e Robert Downey Jr. (Lewis Strauss) sono loro valse i primi Oscar in carriera, rispettivamente come miglior attore e miglior attore non protagonista. Cillian Murphy è il primo attore irlandese a conquistare un Oscar nei novantasei anni di storia del premio. Prime statuette anche per Christopher Nolan (miglior film e miglior regia), consacratosi ormai come uno dei più illustri e influenti cineasti del ventunesimo secolo.

Christopher Nolan

Dopo aver trionfato alla Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia vincendo il Leone d’oro al miglior film, Povere creature! di Yorgos Lanthimos conquista quattro Oscar sacrosanti: miglior attrice, miglior scenografia, migliori costumi e miglior trucco e acconciatura. Strepitosa Emma Stone nelle vesti di Bella Baxter, da lei definito il ruolo di una vita durante il discorso di accettazione dell’Oscar: per l’attrice statunitense si tratta della seconda statuetta in carriera, sette anni dopo quella vinta per La La Land di Damien Chazelle.

Emma Stone

Il regista Yorgos Lanthimos può ormai essere definito a tutti gli effetti un moderno George Cukor o il nuovo Woody Allen, registi capaci di esaltare le figure femminili nei propri film al punto da far vincere numerosi Oscar alle rispettive attrici: per la sua opera precedente, La favorita (2018), Olivia Colman era stata premiata come miglior attrice e la stessa Emma Stone era stata candidata come attrice non protagonista.

Yorgos Lanthimos ed Emma Stone sul set di Povere creature!

Eccezionale la cura dei dettagli di trucco, costumi e scenografie, componenti essenziali dello stile estremo e allucinante di Yorgos Lanthimos. In più di un’occasione Povere creature! arriva a disturbare per la brutale purezza del messaggio e per l’ambiguità etica di novello Frankenstein in cui mostri generano mostri spinti da motivazioni soggettive in contrasto con l’ordine della Natura. Tuttavia, superata l’iniziale repulsione, a prendere il sopravvento sono il fascino dei personaggi nella loro evoluzione e il coinvolgimento emotivo che produce la loro storia.

Emma Stone in Povere creature!

Due statuette obbligate per La zona di interesse, spiazzante co-produzione anglo-polacca diretta da Jonathan Glazer, che ha conquistato l’Oscar al miglior sonoro e l’Oscar al miglior film internazionale, superando tra gli altri Io capitano di Matteo Garrone e Perfect Days di Wim Wenders. A metà tra il biopic e il documentario, ma pervaso dalla soffocante tensione di un thriller, La zona di interesse è un’asettica e lancinante finestra sull’Olocausto che rimanda a La banalità del male di Hannah Arendt. Il film è incentrato sulla quotidianità di Rudolf Höß, comandante del campo di concentramento di Auschwitz, e della sua famiglia nella cosiddetta zona di interesse attorno al campo, sordi agli orrori che si stanno consumando al di là del muro divisorio.

Una scena de La zona di interesse

Il regista Jonathan Glazer non voleva che le atrocità commesse all’interno del campo fossero viste, ma solo ascoltate, e ha definito il sonoro come l’altro film e probabilmente, il film. Il sound designer Johnnie Burn ha redatto un documento di seicento pagine contenente testimonianze, eventi significativi avvenuti ad Auschwitz e la mappa del campo, in modo che la distanza e gli echi dei suoni potessero essere adeguatamente determinati; ha inoltre trascorso l’anno prima dell’inizio delle riprese a costruire una libreria sonora che includesse suoni di macchinari, forni crematori, fornaci, stivali, spari di armi dell’epoca e grida umane.

Jonathan Glazer

Doveroso l’Oscar per la miglior sceneggiatura non originale ad American Fiction di Cord Jefferson, basato sul romanzo Cancellazione di Percival Everett, che avrebbe senza dubbio meritato di più: un film schietto, attualissimo e ottimamente recitato (su tutti Jeffrey Wright e Sterling K. Brown, entrambi candidati all’Oscar), che tratta il pregiudizio razziale nei confronti degli afro-americani da un punto di vista originale e che colpisce in modo tanto garbato quanto incisivo, senza avere la necessità di mostrare rabbia o violenza.

Jeffrey Wright in American Fiction

Oscar per la miglior sceneggiatura originale ad Anatomia di una caduta di Justine Triet, già vincitore della Palma d’oro al Festival di Cannes: un coinvolgente legal thriller che rifiuta fino alla fine di ricadere nel manicheismo tipico del proprio genere per disorientare proprio nella costante impossibilità di riconoscere davvero buoni e cattivi. Sontuosa la performance dell’attrice protagonista Sandra Hüller, memorabile anche nel ruolo della moglie di Rudolf Höß ne La zona di interesse, ma candidata per entrambi i ruoli solo ai Premi BAFTA.

Sandra Hüller in Anatomia di una caduta

Una sola statuetta per The Holdovers – Lezioni di vita di Alexander Payne, commovente commedia drammatica che prova ad affrontare da una prospettiva inedita la perenne contesa tra insegnante intransigente e alunno ribelle senza però riuscirci del tutto, nonostante il trio di bravissimi attori: un grande Paul Giamatti, vincitore del Golden Globe come miglior attore in un film commedia o musicale, un sorprendente Dominic Sessa e un’intensa Da’Vine Joy Randolph, vincitrice dell’Oscar come miglior attrice non protagonista nel ruolo straziante ma piuttosto artefatto di una madre afro-americana che ha perso il giovanissimo figlio in Vietnam.

Dominic Sessa, Da’Vine Joy Randolph e Paul Giamatti in The Holdovers – Lezioni di vita

Nonostante lo strepitoso successo al botteghino, i lanci promozionali e le infinite discussioni sulla consistenza del deliberato messaggio femminista, Barbie di Greta Gerwig conquista solo l’Oscar alla miglior canzone per What Was I Made For? di Billie Eilish e Finneas O’Connell su otto nomination. Perfetti i costumi e le scenografie, bravi gli attori (Margot Robbie una spanna sopra Ryan Gosling), insulsa la trama e disastrosa la sceneggiatura: cosa fa davvero la differenza tra film e fenomeno di costume?

Margot Robbie in Barbie

Menzione speciale per il Giappone: il leggendario regista e animatore Hayao Miyazaki vince il suo secondo Oscar al miglior film d’animazione per Il ragazzo e l’airone ventuno anni dopo La città incantata, mentre Godzilla Minus One di Takashi Yamazaki conquista l’Oscar per i migliori effetti visivi battendo tra gli altri Napoleon di Ridley Scott e Mission: Impossible – Dead Reckoning – Parte uno di Christopher McQuarrie, settimo capitolo della saga con protagonista Tom Cruise.

Una scena de Il ragazzo e l’airone

Altra grande delusione per Martin Scorsese: dopo Gangs of New York (2002) e The Irishman (2019), Killers of the Flower Moon è il suo terzo film ad arrivare agli Oscar con dieci candidature senza riuscire a vincere neanche una statuetta. Un drammatico film d’inchiesta in cui fin dalle prime inquadrature si percepisce il mestiere di uno dei più grandi maestri nella storia del cinema. La tragicità della tematica, la cura dei dettagli storici, la colonna sonora e le interpretazioni (una superlativa Lily Gladstone, vincitrice del Golden Globe come migliore attrice in un film drammatico, un eterno Robert De Niro e un Leonardo DiCaprio volutamente in sordina) sembrerebbero concorrere a un’opera grandiosa, per poi essere inesorabilmente appesantiti dalla titanica durata di tre ore e ventisei minuti che finisce col diluire l’azione quasi in un esercizio fine a se stesso.

Lily Gladstone e Leonardo DiCaprio in Killers of the Flower Moon

Infine, nessun Oscar su sette candidature e flop annunciato per Maestro, diretto e interpretato da Bradley Cooper e incentrato sul direttore d’orchestra, compositore e pianista Leonard Bernstein. Un biopic lento e fiacco che neppure le brillanti interpretazioni di Bradley Cooper e Carey Mulligan riescono a risollevare, focalizzato quasi esclusivamente sulla vita privata di uno dei più geniali e influenti musicisti del ventesimo secolo: un’occasione davvero sprecata.

Bradley Cooper in Maestro

Concorrenza sleale (Ettore Scola, 2001)

Concorrenza sleale è un film del 2001 diretto da Ettore Scola e interpretato da Diego Abatantuono, Sergio Castellitto, Gérard Depardieu, Elio Germano, Sabrina Impacciatore, Jean-Claude Brialy e Claudio Bigagli.

A Roma, nel 1938, due commercianti di stoffa si fanno una concorrenza agguerrita: l’elegante boutique di Umberto Melchiorri (Diego Abatantuono), originario di Milano, realizza abiti su misura; il vivace negozio di Leone Della Rocca (Sergio Castellitto), ebreo romano, vende capi confezionati. I due cercano continuamente nuove strategie per attrarre i clienti, non sempre corrette, e spesso si azzuffano per futili motivi.

All’astio tra i capifamiglia fanno da contraltare la grande amicizia dei figli più piccoli, Pietro e Lele, e la storia d’amore tra i figli maggiori, Paolo (Elio Germano) e Susanna.

Il rapporto tra Umberto e Leone, giunto ormai ai limiti dell’odio personale, cambia radicalmente con la proclamazione delle leggi razziali: Umberto, non condividendone i principi e vedendo Leone ingiustamente maltrattato, inizia a guardare il rivale sotto una luce diversa.

Diego Abatantuono, Sergio Castellitto e Jean-Claude Brialy in Concorrenza sleale

Il cinema ha spesso fornito un contributo divulgativo essenziale sull’Olocausto, producendo capolavori senza tempo entrati ormai nell’immaginario collettivo. In Concorrenza sleale, Ettore Scola riesce a esprimere un punto di vista originale e sincero sull’argomento, senza mai ricadere nel lacrimevole: proprio laddove l’antipatia e il disprezzo personale sono più tangibili, non c’è nessun odio razziale. Anzi, dal nulla affiorano solidarietà, comprensione, rispetto, perché nemmeno l’odio pregresso può giustificare quello razziale.

La narrazione seguita da prospettive diverse (i bambini, i ragazzi, gli adulti) e la lente d’ingrandimento sui singoli rapporti umani generano nello spettatore una straordinaria empatia, una profonda condivisione dei sentimenti vissuti dai protagonisti. Il tono del film cambia all’improvviso da commedia a dramma, una sensazione spiazzante che rispecchia con accuratezza la triste realtà dei fatti: di fronte alla disumanità delle persecuzioni razziali, preoccupazioni e decisioni della vita di ogni giorno perdono di significato in un attimo.

Non può mancare il fiero e irriducibile antifascismo di Scola, affidato con un geniale tocco di classe ai personaggi secondari: il professor Angelo Melchiorri (Gérard Depardieu), fratello di Umberto, l’orologiaio, la moglie e il cognato di Umberto, la commessa della boutique (Sabrina Impacciatore), l’ispettore di polizia (Claudio Bigagli). Ognuno di loro rappresenta una diversa sfumatura della stigmatizzazione del fascismo, messo più volte alla berlina con quella sublime punta di comicità amara tipica di uno dei maestri della commedia all’italiana.

Ettore Scola

La scelta degli attori è perfetta, i ruoli estremamente calzanti: Diego Abatantuono torna a indossare i panni dell’altero ma bonario uomo del nord, ruolo in cui si è più volte esaltato sotto la direzione di Gabriele Salvatores e Pupi Avati, mentre la parte del simpatico e ingegnoso trafficone è scritta su misura per Sergio Castellitto; da segnalare una delle prime interpretazioni di rilievo di un giovanissimo Elio Germano.

La fotografia e la scenografia (premiata con il David di Donatello) ricreano in maniera fedele e suggestiva la realtà dell’epoca, tanto che alcune inquadrature sembrano dei dipinti. Alcuni set del film, girato interamente negli studi di Cinecittà, verranno poi riutilizzati l’anno successivo da Martin Scorsese per il suo Gangs of New York (2002).

Daniel Day-Lewis in Gangs of New York

Il cinema e le leggi razziali

L’ambientazione storica nell’Italia del biennio 1938-39 lega indissolubilmente Concorrenza sleale a capolavori del cinema italiano come Una giornata particolare, Il giardino dei Finzi Contini e La vita è bella, fervide e lucide testimonianze cinematografiche di uno dei capitoli più bui e infamanti della storia italiana: la proclamazione delle leggi razziali fasciste poco dopo la visita di Hitler in Italia, in un clima di esaltazione rasente la follia.

Una giornata particolare è un film del 1977 diretto dallo stesso Ettore Scola: il 6 maggio 1938, giorno in cui Adolf Hitler è in visita a Roma, in un casermone popolare della Capitale si intrecciano per qualche ora le vite di Antonietta (Sofia Loren), casalinga ignorante e madre di sei figli sposata con un fervente fascista, e Gabriele (Marcello Mastroianni), intellettuale ex radiocronista dell’EIAR (Ente Italiano per le Audizioni Radiofoniche), omosessuale e destinato al confino.

Dall’incontro di due anime infelici in quella giornata particolare emerge il dramma celato dalla normalità: l’amarezza di una donna esclusa da tutto ciò che la circonda, relegata alla servile routine giornaliera incoraggiata dal sistema; il tormento di un diverso, perseguito per le proprie opinioni e per il proprio orientamento sessuale non conformi con quanto imposto dall’ottusa ideologia fascista.

Sofia Loren e Marcello Mastroianni in Una giornata particolare

Il giardino dei Finzi Contini (1970), diretto da Vittorio De Sica e tratto dall’omonimo romanzo di Giorgio Bassani, è una delle pellicole più significative del XX secolo, premiata con l’Orso d’oro al Festival di Berlino e con l’Oscar per il miglior film straniero. Nella Ferrara del 1938, i Finzi Contini sono una facoltosa famiglia ebrea appartenente all’alta borghesia: il nucleo familiare è composto dal professor Ermanno, sua moglie Olga, i figli Micòl (Dominique Sanda) e Alberto (Helmut Berger) e la nonna Regina.

La promulgazione delle leggi razziali stravolge la vita della comunità ebraica. Quando Giorgio (Lino Capolicchio), ebreo amico di famiglia da sempre innamorato di Micòl, viene espulso dal circolo del tennis, i Finzi Contini consentono a lui e all’amico Giampiero Malnate (Fabio Testi), milanese comunista, di frequentare il campo da tennis all’interno del maestoso giardino della propria villa. Le frustrazioni e le umiliazioni perpetrate dalla crescente discriminazione razziale, cui fa da sfondo il tormentato rapporto tra Giorgio e Micòl, seguono l’inesorabile precipitare degli eventi, fino al tragico epilogo.

Lino Capolicchio e Dominique Sanda ne Il giardino dei Finzi Contini

La vita è bella (1997), diretto e interpretato da Roberto Benigni e vincitore di tre Premi Oscar (miglior film straniero, miglior attore protagonista a Benigni e miglior colonna sonora a Nicola Piovani), è diventato una vera e propria icona del cinema italiano nel mondo. Nel 1939 Guido Orefice (Benigni), ebreo di indole allegra e giocosa, giunge ad Arezzo per lavorare come cameriere nell’hotel in cui suo zio è maître e si innamora, ricambiato, di Dora (Nicoletta Braschi), una maestra elementare. Guido e Dora si sposano e dal loro amore nasce Giosuè.

Nel 1944 l’antisemitismo, cresciuto a dismisura negli anni, è ormai diventato persecuzione: gli ebrei sono trattati come appestati, le loro attività vengono boicottate, la libreria che ha aperto Guido è quasi sempre deserta. In questo contesto, Guido cerca di proteggere il figlio (Giorgio Cantarini) dalla crudeltà che lo circonda, trovando sempre un modo nuovo di scherzarci su (celeberrimo il dialogo tra i due originato dal cartello Vietato l’ingresso agli ebrei e ai cani esposto da un negozio). Poco tempo dopo, l’apice del dramma: Guido e la sua famiglia vengono deportati in un lager, ove Guido cercherà di salvare il figlio dagli orrori dell’Olocausto, facendogli credere che sia tutto parte di un gioco basato su prove durissime in vista di uno straordinario premio finale.

Roberto Benigni, Nicoletta Braschi e Giorgio Cantarini ne La vita è bella

La visione sequenziale delle quattro pellicole rispecchia idealmente il reale ordine cronologico degli eventi: se Una giornata particolare fa da preludio alla surreale tragedia che sta per consumarsi nella quotidianità del miope popolo italiano, Concorrenza sleale e Il giardino dei Finzi Contini descrivono accuratamente l’evoluzione e gli effetti della discriminazione razziale conseguente alla proclamazione delle leggi fasciste, mentre La vita è bella chiude il capitolo raggiungendo il proprio culmine nelle atrocità dei campi di concentramento.

Un particolare e potentissimo filo conduttore unisce i film: il risentimento improvviso e ingiustificato verso il proprio simile, la crudele e grottesca atmosfera di impotenza e vessazione che inizia a pervadere la vita delle persone di diversa razza, religione o orientamento sessuale.

Un contesto reso immortale da un noto componimento spesso erroneamente attribuito a Bertolt Brecht, un sermone del pastore Martin Niemöller contro l’apatia degli intellettuali tedeschi in seguito all’ascesa del nazismo e all’epurazione dei suoi obiettivi gruppo dopo gruppo: Prima vennero…

Prima di tutto vennero a prendere gli zingari, e fui contento, perché rubacchiavano.
Poi vennero a prendere gli ebrei, e stetti zitto, perché mi stavano antipatici.
Poi vennero a prendere gli omosessuali, e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi.
Poi vennero a prendere i comunisti, e io non dissi niente, perché non ero comunista.
Un giorno vennero a prendere me, e non c’era rimasto nessuno a protestare.

(Martin Niemöller)